Va avanti il processo per l'omicidio Aldrovandi

Verità e giustizia per AldroQuasi tre anni fa moriva Federico Aldrovandi, 18enne ferrarese. Veniva ucciso a manganellate, calci e pugni da quattro poliziotti in servizio.

La sua unica colpa era di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Si trovava in Via Ippodromo, a Ferrara, proprio quando quattro esaltati, protetti dalle loro divise, decidono di dare sfogo alla loro brutalità.

La tortura e la morte. Federico viene colpito diverse volte, con violenza. Colpi così forti da rompere un manganello sulla sua schiena, e poi giù, a terra, supino e ammanettato. Due poliziotti si alternano nel posizionarsi di peso sulla schiena, umiliandolo ed uccidendolo. L'autopsia rivelerà un decesso per anossia posturale: soffocamento dovuto alla posizione (faccia a terra) aggravata dal peso dei due poliziotti. Una scena di inumana e sadica violenza, terminata solo con l'arrivo dell'ambulanza: solo allora i due torturatori in divisa scendono dal corpo, ormai esanime, di Federico.

Il depistaggio. Di fronte a quel crudele "effetto collaterale" del pestaggio, gli agenti di polizia provano subito a giustificare il loro brutale e tremendo intervento. Raccontano di essere intervenuti perchè Federico, in stato confusionale, stava prendendo a testate i pali. Di più, vanno ad intimidire i testimoni per evitare che parlino. Si sbizzarriscono in voli pindarici tesi a giustificare un'improbabile morte dovuta all'assunzione di stupefacenti (trovati in livelli minimi nel corpo di Federico) nel tentativo di far passare in secondo piano la vera causa della morte: il loro stesso l'intervento omicida. Quella notte gli sbirri non solo pestarono selvaggiamente ed a morte Federico, ma si rifiutarono persino di utilizzare il defibrillatore, presente su una volante e che avrebbero saputo maneggiare senza problemi.

La manipolazione delle prove. A seguito dell'apertura del blog dei genitori di Federico, coraggioso strumento per denunciare l'omicidio del figlio, i giornali cominciano ad occuparsi della vicenda. All'inizio, fedeli alle veline diramate dalla questura, presentano il caso come un decesso per droga. L'allora questore di Ferrara, Elio Graziani, tenta un'ultima disperata difesa dei suoi uomini. I nastri contenenti le registrazioni delle comunicazioni tra centrale operativa e le volanti intervenute a massacrare Federico improvvisamente scompaiono. I tamponi imbevuti del sangue di Federico rimangono nascosti per mesi. I poliziotti, ormai messi alle strette da un castello, quello del maldestro depistaggio, che non sta in piedi, tentano nuovamente di intimidire i testimoni.

Il rinvio a giudizio degli sbirri. Sottoposti ad una crescente pressione mediatica gli inquirenti sono costretti a concludere l'inchiesta sulla morte di Federico con un rinvio a giudizio per quattro agenti di polizia: Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Al processo, tutt'ora in corso, si difendono ancora una volta sostenendo la vecchia tesi secondo cui Federico, esagitato per l'uso di droghe avrebbe cominciato a sbattere dappertutto. I poliziotti, chiamati da un residente della zona e mentre tentano di fermarlo sarebbero stati ripetutamente e violentemente colpiti dall'Aldrovandi prima di riuscire a bloccarlo. Federico sarebbe poi collassato: tutto rigorosamente inventato. L'impianto difensivo crolla sotto le coraggiose dichiarazioni rilasciate da numerosi testimoni, pronti a precisare che la polizia è intervenuta dieci-quindici minuti prima dell'ora mdella presunta chiamata. In secondo luogo le tracce di droga che aveva in corpo Federico si rivelano essere a livello di metaboliti, ovvero prive di qualsiasi effetto. Nello specifico i metaboliti erano di morfina e ketamina, tutt'altro che eccitanti.

L'impunità. Questi assassini, protetti dall'omertà e dall'agire mafioso imperanti all'interno delle forze dell'ordine, forti del fatto di essere figure di primo piano tra gli agenti della questura a causa dell'anzianità di servizio, protetti dai loro superiori, ora continuano ad esercitare il loro lavoro, tre in ufficio a Ferrara, una a Padova. Il questore di Ferrara, che si era speso in prima persona per minimizzare i fatti deviare le indagini, è stato trasferito del Ministro dell'Interno una volta preso atto dei suoi comportamenti. Ma è stato un provvedimento di facciata: l'ex questore ferrarese ora fa il questore a Modena. Semplicemente è stato tolto dalla gogna mediatica in cui rischiava di finire.

Il processo, partito nell'ottobre 2007 va avanti.

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