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LIBERTA' COME BENE SUPREMO e WORKSHOP CON EYAL SIVAN

03/12/2009 - 09:00
05/12/2009 - 23:00
Luogo:
teatro Corte di Coriano (RIMINI)
e-mail:
isabella.bordoni@tin.it
Autore:
isabella bordoni

"Libertà come bene supremo" e workshop con il regista EYAL SIVAN a Rimini
Si terrà al teatro Corte di Coriano (RIMINI) nei giorni 3/4/5 dicembre 2009, "LIBERTA' COME BENE SUPREMO_giornate di osservazione e critica del contemporaneo"
che vede al suo interno il workshop con il regista documentarista Eyal Sivan, visioni di lavori e incontro con Yervant Gianikian e Angela Ricci-Lucchi,
la proiezione del film dei torinesi D'Onofrio e Affatato /Route1, "La voce Statos", le lectio magistralis di Marco Aime, Giovanni Leghissa, Marco Scotini, e altro.
Sono aperte le iscrizioni al workshop.

il progetto http://www.ib-arts.org/libertacomebenesupremo.html
il workshop http://www.ib-arts.org/eyal_sivan_workshop.html
il programma http://www.ib-arts.org/programma.pdf
i partecipanti & le schede dei materiali video/flm in visione http://www.ib-arts.org/bio_e_schede.pdf

Workshop a Coriano con Eyal Sivan

Si chiudono lunedì 23 novembre le iscrizioni al workshop “Elogio della disobbedienza” con Eyal Sivan.

Il workshop (3, 4, 5 dicembre – mattina e pomeriggio) si svolge al Teatro Corte di Coriano all’interno dell’evento “Libertà come bene supremo”, curato dall’artista riminese Isabella Bordoni. «Si tratta di tre giorni non-stop di workshop, proiezioni rare d'autore, incontri, lectio magistralis, poesia, voce, fumetto, per riflettere sulle relazioni tra arte e politica, filosofia, antropologia, diritti umani – spiega la curatrice –. Tre giornate che ruotano tutte intorno al documento storico e contemporaneo audiovisivo, pensate come piattaforma formativa di integrazione curriculare e accesso democratico alla conoscenza, con workshop gratuito per studenti e non-studenti e con tutte le iniziative a ingresso libero».

Le giornate di “Libertà come bene supremo” propongono il lavoro coraggioso di artisti che si misurano da tempo con i temi della costruzione del consenso, dell'uso propagandistico dell'educazione e della memoria, dei nuovi e vecchi totalitarismi. Il workshop tenuto da Eyan Sivan indaga la costruzione del lavoro documentario secondo le dimensioni tecniche, etiche ed estetiche. Come si monitora la realtà? Come la si racconta? Quale verità emerge dopo il montaggio? Quali le connessioni tra oggettività e punto di vista?

Eyan Sivan è nato ad Haifa, Israele, nel 1964. Autore e regista di film documentari, produttore e saggista, dal 1985 ha vissuto prevalentemente a Parigi, dove ha fondato la casa di produzione Momento! e attualmente vive a Londra, dove è docente in Produzioni Media presso la School of Social Sciences, Media & Cultural Studies (SSMCS) University of East London (UEL). Presente nel dibattito internazionale intorno al conflitto e alla relazione politica di Israele e Palestina, affronta con le sue opere i temi dell'utilizzo strumentale della memoria di Israele e la questione della disobbedienza civile. Israele Palestina, la Shoah, ma anche lo spionaggio della Stasi, l'Africa, l'America post 11/9 e la Polonia: lo sguardo analitico di Eyal Sivan smonta le costruzioni ideologiche e le ambiguità dei totalitarismi.

Autore lontano dalle formule abusate del cinema politico, Eyal Sivan racconta Israele dall'interno, secondo un'interrogazione appassionata del passato e della memoria, con uno sguardo rivolto al presente e alla realtà del mondo. Documentarista, analista raffinato e costruttore di forme cinematografiche, da Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno, cronaca sulle tracce di Hannah Arendt del processo al burocrate dell'Olocausto Adolf Eichmann, a Route 181, viaggio lungo la linea di confine di un possibile Stato binazionale, a Aus Liebe zum Volk, immersione nel sistema di controllo della Germania Est, a Citizens K, ritratto dei fratelli Lech e Jaroslaw Kaczynski e della loro ascesa politica in Polonia sostenuta dall'estrema destra e dai conservatori cattolici, Sivan ci invita a una lettura che rovescia le certezze consolidate degli immaginari occidentali. Con il dispositivo cinematografico sposta l'attenzione dalle vittime ai colpevoli, rivendica il primato della responsabilità individuale e della giustizia.

Nel 1999 ha pubblicato con Rony Brauman Élogie de la désobéissance (Éditions Le Pommier-Fayard) che dà il nome anche al workshop di Coriano (Rimini).

Le giornate LIBERTA' COME BENE SUPREMO sono l'approfondimento artistico/didattico/teorico del progetto CONTRO LA PUREZZA di Isabella Bordoni [2008|2010]

Eyal Sivan sarà a Rimini con workshop e incontri per LIBERTA' COME BENE SUPREMO dal 3 al 5 dicembre 2009
http://www.ib-arts.org/libertacomebenesupremo.html - http://www.ib-arts.org/eyal_sivan_workshop.html

Eyal Sivan ritira il suo ultimo film dal festival di Parigi in segno di opposizione alla politica israeliana di apartheid

Post aggiunto da Zeitun il 28 Ottobre 2009 alle 0:00

Mme. Laurence Briot & Mme. Chantal Gabriel
Direzione del programma Forum des images 2,
rue du Cinéma 75045 Paris Cedex 01 - Francia

Londra 6 Ottobre 2009

Care Laurence Briot e Chantal Gabriel

Vi scrivo in seguito alla richiesta che avete indirizzato ai miei produttori, Trabelsi e Eskenazi, di programmare il mio ultimo film "Jaffa, La meccanica dell’arancia" nella retrospettiva 'Tel-Aviv, il Paradosso' da voi organizzata il mese prossimo al Forum des Images, nel quadro della celebrazione del centenario della città di Tel-Aviv.
Innanzitutto voglio ringraziarvi per la vostra offerta di partecipare a questo evento e vi chiedo di scusare il mio ritardo nel rispondere alle vostre calorose sollecitazioni. Sono sinceramente onorato che abbiate pensato di programmare il mio film "Jaffa, La meccanica dell’arancia" per chiudere la vostra retrospettiva. Tuttavia, dopo matura riflessione, ho deciso di declinare il vostro invito. Le ragioni di questa decisione sono complesse e di natura politica, e per questo vorrei, se siete d’accordo, spiegarvele dettagliatamente.
Come probabilmente sapete, l'insieme del mio lavoro cinematografico - più di 15 film - ha principalmente per oggetto la società israeliana e il conflitto israelo-palestinese. Opponendomi alla politica israeliana nei confronti del popolo palestinese, mi sono sempre sforzato di agire in modo indipendente affinchè non vi sia nessuna ambiguità sul fatto che io non rappresento la "democrazia (ebraica) israeliana". Per questo, dall’inizio della mia carriera cinematografica, più di 20 anni fa, non ho mai beneficiato di alcun aiuto o di alcun supporto di una qualsiasi istituzione ufficiale israeliana. Ho sempre agito in modo di evitare che il mio lavoro possa essere strumentalizzato e rivendicato come una prova dell'atteggiamento liberale d'Israele; una libertà di espressione e una tolleranza che l’autorità israeliana accorda solo, ovviamente, a critiche ebraiche israeliane.

La politica razzista e fascista del governo israeliano e il silenzio complice della maggior parte dei suoi ambienti culturali durante la recente carneficina operata a Gaza come di fronte alla continua occupazione, alle violazioni dei diritti umani e alle molteplici discriminazioni nei confronti dei Palestinesi sotto occupazione o dei cittadini palestinesi dello Stato israeliano – tutte queste ragioni giustificano il mio mantenere le distanze rispetto ad ogni avvenimento che potrebbe essere interpretato come una celebrazione del successo culturale in Israele o una garanzia della normalità del modo di vivere israeliano. Poiché la vostra retrospettiva fa parte della campagna internazionale di celebrazione del centenario di Tel-Aviv e gode, a questo titolo, del sostegno del governo israeliano, non posso che declinare il vostro invito. D’altra parte, considerando gli attacchi offensivi, umilianti e continui di cui il mio lavoro è oggetto, in Francia come in Israele, e i rarissimi israeliani che si sono espressi per difendermi e manifestare la loro sincera solidarietà (non tengo conto delle dichiarazioni di principio in favore del privilegio egemonico della "libertà d'espressione"), non mi è possibile sentirmi solidale con un tale gruppo.

Non posso essere associato ad una retrospettiva che celebra artisti e cineasti che godono dì una posizione di privilegio assoluto e di una totale immunità, ma che hanno scelto di tacere quando crimini di guerra venivano commessi in Libano o a Gaza e che continuano ad evitare di esprimersi chiaramente sulla brutale repressione della popolazione palestinese, sul blocco di 3 anni e la chiusura di oltre un milione di persone nella Striscia di Gaza.
Ci tengo a smarcarmi da quei miei colleghi che utilizzano in modo opportunista, perfino cinico, il conflitto e l'occupazione come sfondo dei loro lavori cinematografici e come rappresentazione neo-esotica del nostro paese – pratiche che possono spiegare il loro successo in Occidente e in particolare in Francia – ed io rifiuto di essere associato a loro nel contesto della vostra manifestazione.

Anche se il vostro invito aveva suscitato in me qualche esitazione, questa è stata spazzata via dalla lettura, una quindicina di giorni fa, di un articolo firmato da Ariel Schweitzer, l'organizzatore della vostra retrospettiva, e pubblicato su Le Monde. In quest’articolo, che si oppone al boicottaggio culturale dell’establishment israeliano, egli dichiara: “Delle male lingue diranno che questa politica culturale serve da alibi, mirando a dare del paese l'immagine di una democrazia illuminata, una posizione che maschera il suo vero atteggiamento repressivo verso i Palestinesi. Ammettiamolo. Ma io preferisco francamente questa politica culturale alla situazione esistente in molti paesi della regione dove non si possono proprio fare film politici e certo non con l’aiuto dello Stato”. Su questo punto, devo ringraziare il vostro organizzatore M. Schweitzer per la sua ingenua sincerità e per le sue argomentazioni settarie che mi hanno permesso di articolare le ragioni per cui preferisco mantenere la distanza rispetto alla vostra retrospettiva e ad altri eventi simili. Infatti, come conferma M. Schweitzer, si tratta, in effetti, di celebrazioni della politica culturale israeliana e di una difesa dell'ideologia del ‘male minore’.

Sia la mia storia e la mia tradizione ebraiche che le mie convinzioni e la mia etica personali mi obbligano, nelle circostanze politiche attuali – mentre le autorità delle democrazie occidentali e le loro intellighenzie hanno fatto la scelta di stare al fianco della politica criminale israeliana – a oppormi pubblicamente con questo atto fermo e non-violento all'attuale regime di apartheid che esiste oggi in Israele.

Termino riprendendo le parole del mio collega ed amico, il famoso regista palestinese Michel Khleifi, che non cessa di ricordarci che la sfida che dobbiamo affrontare, in quanto artisti e intellettuali, è quella di proseguire i nostri lavori non GRAZIE alla democrazia israeliana, ma MALGRADO essa.

Per questo, sempre in modo non-violento, continuerò a oppormi, e a incitare i miei colleghi a fare lo stesso, contro il regime israeliano di apartheid e contro il "trattamento speciale" riservato nelle democrazie occidentali alla cultura israeliana ufficiale di opposizione.
Augurandomi che accettiate e comprendiate la mia posizione e sperando di avere l'opportunità di mostrare il mio lavoro in altre circonstanze, con sincera gratitudine e rispetto,
Eyal Sivan

Filmmaker Research Professor in Media Production School of Humanities and Social Sciences
University of East London (UEL) United-Kingdom

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