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Treviso. Zaia nel mirino della "Polisia"

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Treviso. Zaia nel mirino della "Polisia"
Inquirenti a caccia all'arsenale nascosto
A settembre era prevista una "imboscata" al ministro, sfumata
Il procuratore minimizza l'azione: «Non è una cosa seria»

di Luca Bertevello

TREVISO (7 novembre) - Passo dell’oca, si chiama: gamba distesa a livello quasi orizzontale e poi giù fino a terra, con fragore. E con un sincronismo che ostenta potere, decisione, disciplina. Lo usò la Russia zarista. Mussolini e la Werhmacht pensarono al suo perfezionamento. La Polisia veneta l’ha rispolverato e riprodotto in una parata del 6 settembre a Cittadella, preludio - secondo fonti investigative - a un’imboscata al ministro Luca Zaia, che doveva essere l’ospite di lusso della Festa dei Popoli Veneti.

Da quel giorno questura e procura diedero una brusca accelerazione alle indagini, provvedendo contestualmente ad aumentare la scorta personale del ministro. Il plotoncino, formato da una decina di elementi e supervisionato dalle alte gerarchie del Movimento di Liberazione Nazionale delle Venezie, si presentò alla manifestazione nelle uniformi stirate di fresco, i fregi della Polisia veneta in bella evidenza. Avanzò con passo marziale e cadenzato attraverso le vie cittadine. Furono gli organizzatori della festa a interrompere la marcia, allontanandolo.

Ma la coincidenza di tempi fra l’invito al ministro, che poi non si presentò, e l’arrivo del braccio armato dell’Autogoverno del Popolo Veneto, non sfuggì agli uomini della Digos secondo i quali Zaia sarebbe stato individuato dai rappresentanti dell’associazione come il simbolo di una Lega ormai scesa a patti con lo Stato centralista.

In realtà il procuratore Fojadelli tende a escludere l'ipotesi che potesse essere attuata un’azione di disturbo nei confronti di Zaia. «Non è una cosa seria. Sono voci che non accreditiamo - ha detto il magistrato - e noi non facciamo supposizioni, ci atteniamo ai fatti».

Tuttavia la presenza a Cittadella della Polisia, nelle intenzioni dei suoi vertici, non doveva limitarsi a una pura e semplice esibizione: i componenti avevano precisi compiti di ordine pubblico. Che poi volessero andare oltre è tutto da dimostrare. Ma quando ideologia e fanatismo, truppe e disciplina, armi e munizioni vanno a braccetto, attendere gli eventi è più pericoloso che affrontarli.

Così la Digos ha messo assieme i pezzi e le perquisizioni domiciliari hanno fatto il resto dando alla Procura la chiave per elaborare l’ipotesi di reato, cioè costituzione di associazione paramilitare nei confronti delle 13 persone che a vario titolo organizzarono o parteciparono a quella sfilata. I nomi dei promotori sono già noti: Daniele Quaglia, Sergio Bortotto e Paolo Gallina, ognuno con ruoli istituzionali ben precisi. Ce n’è un quarto: Dino Zorzi, 41 anni, di Trevignano, che si occupava dell’arruolamento dei militanti. Li accoglievano nell’ufficio di Bortotto, al Panorama di Villorba, e li stordivano con promesse allettanti: luminose carriere dopo aver frequentato un’apposita accademia di polizia, permessi, dotazioni e stipendi di almeno tremila euro. Bastava soltanto il riconoscimento ufficiale della Corte Europea di Strasburgo, di là da venire e comunque mero atto formale che richiedeva soltanto l’attesa di tempi tecnici.

I gerarchi avrebbero anche effettuato alcune ricognizioni sulla Pedemontana trevigiana alla ricerca di un sito sicuro per le esercitazioni al poligono. Un’eventualità che la Digos ritiene di poter avvalorare nei prossimi giorni approfondendo le verifiche sui sedici computer sequestrati nel corso delle perquisizioni, compresi i personal di coloro che gestivano materialmente i database relativi agli arruolamenti.

Ma nel mirino degli inquirenti c’è anche qualcos’altro: si cerca un arsenale nascosto, una santabarbara. Le uniche indicazioni che possa esistere sono indirette: il ritrovamento di centinaia di proiettili che appartengono ad armi diverse da quelle detenute legalmente apre infatti scenari inquietanti. Adesso la priorità è quella di chiuderli. E di farlo in fretta.

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