La ditta Amadori
In questo dossier vogliamo analizzare e raccontare i problemi legati alla salute dei dipendenti di una grossa azienda cesenate, il Gruppo Amadori, con base a San Vittore di Cesena e ramificazioni anche in altre zone d’Italia (Teramo, Brescia, Siena, Bergamo). Numerose sono le ditte associate o controllate grazie alle quali cura tutta la filiera avicola, dall’allevamento alla lavorazione e distribuzione dei prodotti. La potenza del gruppo è quantificata, sul sito di Amadori, in 20 stabilimenti industriali, 15 filiali, 10 agenzie. Amadori figura come consorzio di cooperative agricole mentre, come abbiamo appena visto, ha i numeri di un vero e proprio comprato industriale. Ciò gli consente, a norma di legge , di godere degli sgravi fiscali e dei benefici previdenziali previsti per le coop del settore agricolo. Primo fra tutti la possibilità di stipulare contratti avventizi ai lavoratori, anziché il contratto alimentarista, con l’obbligo di farli lavorare solo 6 mesi all’anno: le famose 151 giornate.
Queste giornate non sono però calendarizzate in maniera consecutiva ma a chiamata, o settimana per settimana lungo tutto il corso dell’anno. In tal modo ai dipendenti è preclusa la possibilità di organizzarsi per svolgere una seconda attività e integrare i bassi guadagni.
Gli assunti con tale modalità guadagnano intorno ai 600/700 euro mensili e percepiscono la disoccupazione per i periodi in cui non sono chiamati al lavoro. Tutto ciò si può quantificare, con approssimazione al ribasso, in almeno 4.000 euro a persona di disoccupazione l’anno. Il tutto a carico dello stato e del contribuente. Non solo. Il dipendente stagionale si trova estremamente precarizzato, senza ammortizzatori sociali né prospettive certe di riassunzione l’anno seguente: facilmente ricattabile. Si parla di circa 1750 lavoratori, su oltre 2000, assunti con questa tipologia contrattuale, in un settore che di stagionale non ha nulla e non è legato a picchi di produzione circoscritti in periodi particolari, visto che polli e tacchini vengono allevati e mangiati tutto l’anno. Questi contratti garantiscono però ad Amadori un forte controllo sui dipendenti, una facilità di mobilitazione dei medesimi in funzione della produzione, e un bel risparmio. Stiamo parlando di una ditta che per il 2008 punta a totalizzare il miliardo di euro in fatturato.
Da ignoranti in materia ci sembrerebbe logico domandarsi e domandare alla magistratura se ciò non si configuri come uso strumentale della normativa sulle cooperative agricole. E ancora se quella normativa non sia formulata in maniera tale da consentire legalmente una pratica ingiusta e troppo penalizzante per il lavoratore, e perciò vada immediatamente riformata. Lavorazione e trasformazione delle carni rientrano chiaramente in una lavorazione di tipo industriale. Le uniche aziende agricole nel “sistema” Amadori sono gli allevamenti (e la Romagna in tal senso vanta il primato italiano per concentrazione di allevamenti di polli-tacchini-suini, siti soprattutto nelle provincia di FC).
Passiamo a una breve analisi sulle dinamiche produttive degli ultimi anni.
La crisi collegata al fenomeno della febbre aviaria porta, verso il 2005, un grosso scompiglio nel mercato avicolo italiano. Molte ditte falliscono per il crollo verticale delle vendite e le maggiori rimaste sulla piazza possono facilmente colmarne i vuoti.
Amadori non sembra risentire particolarmente della crisi. I suoi fatturati sono perennemente in crescita: 640 milioni di euro nel 2003 per il comparto avicolo, 643 l’anno seguente, 776 nel 2005, 748 nel 2006 con una piccola flessione rispetto all’anno precedente e in fine 936 milioni di euro nel 2007, con l’aviaria ormai dietro le spalle
Dai dati ISTAT (riportati sul sito di Amadori) si evince che il consumo annuo di carne avicola in Italia si attesta intorno alle 613.000 tonnellate di polli, 278.500 di tacchini, 85.900 di galline e 74.100 tonnellate di altri volatili. Ciò significa che Amadori, con le sue 272.000 tonnellate nell’anno 2007, ha una capacità di produzione pari a circa il 26% del consumo italiano di carne avicola. Senza contare gli altri tipi di animali che alleva ma che non sono oggetto di questo lavoro.
Il gruppo cesenate acquista nel 2005 la “Pollo del Campo”, una grossa ditta del settore avicolo sita a Santa Sofia (FC) con diverse aziende collegata, come la Centrale Avicola di Forlì e la Del Campo di Faenza.
In proporzione diretta all’acquisizione di fasce di mercato aumenta la mole di lavoro che gli stabilimenti devono sobbarcarsi per poter far fronte agli ordini che fioccano.Questo incremento della mole di lavoro è una croce per i lavoratori che faticano sempre di più a starci dietro. Lo stress fisico e psicologico è notevole. Poche sono le lamentele a causa dell’incertezza contrattuale che rende timorosi gli operai. Il malessere che aleggia tra i lavoratori esplode quando iniziano a succedersi numerosi casi di malori apparentemente senza spiegazione.






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