[Liberazione] Fischi e spalle volatate a Rotondi / Se il segreto di stato aiuta il revisionismo (Aledda e Antonini)
In migliaia al corteo. I familiari: «Via dalle istituzioni chi insabbia la verità sui mandanti»
Bologna non dimentica la strage
Fischi e spalle voltate a Rotondi
Benedetta Aledda
Bologna
Ieri mattina in piazza Medaglie d’oro i fischi sparuti che avevano punteggiato l’intervento del sindaco Cofferati si sono intensificati quando il ministro Rotondi si è accostato al microfono, sul palco davanti alla stazione.
«Non mi disturbano, sono i soli che mi considerano ministro», ha commentato il rappresentante del governo durante la contestazione, riferendosi ironicamente alla definizione di figura «incolore» che di lui aveva dato l’assessore ed ex magistrato Mancuso. Fatta la pace con la giunta Cofferati, Rotondi si è presentato a Bologna al posto del guardasigilli Alfano, forse troppo pressato da alcuni parlamentari della stessa maggioranza, insoddisfatti della verità giudiziaria sulla strage di 28 anni fa. Mentre il ministro per l’Attuazione del programma parlava a braccio in mezzo ai fischi partiti dal fondo, la piazza si è svuotata a metà (di un terzo, secondo la questura). In molti hanno dato le spalle al palco e chi aveva gli striscioni ha voltato anche quelli, formando quasi un contro-corteo che è tornato verso il viale da cui era arrivata la manifestazione di alcune migliaia di persone, partite alle 9.15 dal centro dietro allo striscione storico “Bologna non dimentica”. Nel corteo, aperto da centinaia di gonfaloni di comuni, province e regioni, c’erano come sempre le bandiere dei sindacati, quelle dell’Anpi e molte maglie dei podisti che tutto l’anno fanno le staffette della memoria per tenere vivo nel paese il ricordo della bomba fascista alla stazione.
Mentre Rotondi parlava, se ne sono andati, come avevano annunciato, i militanti del Prc, che poi, in una nota (“Rifondazione e la piazza una cosa sola”), hanno rivendicato un sentire comune con la città che «ha dimostrato che la solidarietà istituzionale e le sole parole non bastano più» a chiudere la ferita ancora aperta. Se ne sono andate le RdB, salutando il rappresentante del governo con la scritta “Ci rivediamo in autunno. Sciopero generale”. Via i comunisti italiani e lo striscione “La strage è di stato” del Partito comunista dei lavoratori che fino a quel momento si trovava a pochi metri dal palco. Via molti cittadini (fra loro anche qualcuno con la gerbera bianca che portano i familiari delle vittime) che a sentire il discorso di un ministro di Berlusconi proprio non ci stanno. I fischi dell’Assemblea antifascista permanente, echeggiati da altre parti della piazza, hanno invece accompagnato tutto l’intervento di Rotondi.
Il discorso del ministro è piaciuto al presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi e ha ricevuto qualche applauso da chi stava sotto al palco. Se chi è andato via fosse rimasto, «come noi avrebbe potuto dire che è stato bravo», sostiene Bolognesi e se la prende in particolare con Rifondazione: «Se il Prc oggi dice che per loro questa è una vittoria, vuol proprio dire che sono dei “poveretti”, non hanno capito niente, farebbero meglio a cambiare mestiere». Bolognesi ha apprezzato che Rotondi abbia difeso la verità giudiziaria della strage, ciclicamente messa in dubbio. Nel suo discorso il presidente dell’Associazione si è soffermato sui condannati: Ciavardini, «l’unico in carcere»; Mambro, che ha avuto la pena sospesa per una «maternità che dura ormai da 7 anni»; e Fioravanti, in libertà condizionale, ma secondo Bolognesi, c’è il rischio che fra 2 anni diventi parlamentare «come è già accaduto per altri terroristi, rossi o neri non importa».
L’Associazione continua il suo lavoro di testimonianza e di ricerca della verità anche sui mandanti delle 14 stragi italiane del dopoguerra. Ora c’è uno strumento in più per farlo, la legge 124 del 2007 (che in parte recepisce la proposta di legge per l’abolizione del segreto di stato avanzata dalle associazioni nel 1984), ma va applicata in pieno.
«Nessuno terrà chiusi gli armadi della vergogna», ha garantito Rotondi in un passaggio applaudito del suo discorso precisando, però, che ci si deve attenere alle «risultanze della magistratura». Il ministro si è augurato di tornare l’anno prossimo a Bologna e si è impegnato per conto del governo a rispondere alle richieste dei familiari delle vittime sulla piena abolizione del segreto di stato e per risarcimenti effettivi.
Per i familiari, però, è giunto il tempo «per un giudizio anche politico sullo stragismo» che porti all’«allontanamento dalle istituzioni di chi lo ha favorito anche solo con la sua colpevole inerzia». Un dito puntato contro chi ha contribuito a tenere nascosti i mandanti del 2 agosto e di tutte le altre stragi italiane.
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2 agosto 1980: Cossiga “rivela” e An cerca piste straniere
Se il segreto di Stato aiuta il revisionismo
Checchino Antonini
Dopo 28 anni dice Cossiga che lo sapeva da allora che c’era una pista palestinese. Dopo 28 anni. Eppure allora era capo del governo, e fino a un paio di anni prima era stato ministro di polizia (le famiglie di Moro e quella di Giorgiana Masi ne sanno qualcosa). Poi sarebbe stato presidente della Repubblica. E 28 anni dopo, a ridosso dell’anniversario, il periodo più duro per i familiari, Cossiga se n’esce con l’ennesima rivelazione: che il 2 agosto dell’80 seppe già in Prefettura dell’ipotesi della valigia palestinese esplosa assieme a chi la trasportava, che più volte avrebbe sbattuto il muso sul “Patto Moro” che permetteva alla resistenza palestinese di transitare con armi e mezzi sul nostro territorio. Insomma, alla base del depistaggio del Sismi verso un gruppo tedesco ci sarebbe, per Cossiga, un’informazione vera.
Se Cossiga parla così è perché l’«Italia è una Repubblica fondata sul segreto», commenta amaro Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa e uno dei padri della riforma dei servizi del ’77. «La questione non era nota nemmeno al giudice Mastelloni - spiega Accame in una nota - che indagava sui traffici d’armi tra Italia e Medio Oriente?».
Le domande non finiscono qui: «Esiste un segreto di Stato anche sul cosiddetto Patto Moro? Perché non si dà seguito alla desecretazione stabilita dalla legge 124 dell’anno scorso?». Il segreto, che sarebbe dovuto durare solo 15 anni, continua a persistere su episodi terribili come la strage di Argo 16 in cui perì l’intero equipaggio, sulle attività dei servizi nel caso Moro e la desecretazione” (esiste una classificazione che si prospetta complessa e non toccata da quella legge) non renderà le carte sulle stragi visibili ai cittadini. «Il segreto è stato usato per occultare la verità», conclude Accame. «E Cossiga farebbe bene a pensare ai suoi rapporti con la loggia P2», incalza Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione familiari della strage del 2 agosto. Il riferimento è alla fonte dell’ex presidente, un magistrato in odore di massoneria. Imperturbabile Cossiga sbatte in faccia al padre di Marco, ferito nello scoppio della bomba il 2 agosto quando aveva solo 7 anni, la telefonata con cui Gelli gli ha appena fatto gli auguri per l’ottantesimo compleanno: «Il signor Bolognesi può permettersi tutto, in quanto colpito da un atroce dolore». Messaggi cifrati? Nuovi depistaggi? Semplice arroganza? In ogni caso è «“puro stile Kossiga” che il dibattito politico non sembra cogliere dividendosi, con scarse eccezioni, tra parole di rito e commenti acidi sul rito dei fischi ai rappresentanti dello Stato nel giorno della più tremenda delle stragi di Stato.
«Che sia una ferita ancora profonda - osserva Paolo Ferrero, neosegretario di Rifondazione - lo dimostra la partecipazione popolare che, anche stavolta, ha accompagnato la commemorazione». Unico leader politico a pronunciarsi, Ferrero appoggia l’appello di Bolognesi per l’abolizione integrale del segreto di Stato: «Se talvolta ne conosciamo gli autori materiali, continuano a rimanere nell’ombra i mandanti delle stragi - ricorda Ferrero - anche questo 2 agosto è l’occasione per chiedere verità e giustizia contro ogni operazione revisionista che vuole negare il ruolo della destra e degli apparati dello Stato». La rinuncia del guardasigilli Alfano a prendere parte alla commemorazione, infatti, secondo Ferrero nulla avrebbe a che fare con l’eventualità delle contestazioni ma con il pressing di An che cerca di accreditare piste straniere e che il ministro non riuscirebbe ad assecondare in pieno. Tra i delusi del discorso del ministro Rotondi, che ha rimpiazzato Alfano, si piazza in prima fila Storace. Il suo ex camerata Fini, ora presidente della Camera, ha spedito un messaggio di circostanza in cui si augura che si «dissolvano le zone d’ombra che hanno suscitato perplessità crescenti nell’opinione pubblica». E Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl, quota An, a Montecitorio, insiste su una pista palestinese, liquidata fin dal 1981, che qualcuno non avrebbe voluto battere. Non fa una grinza il messaggio di Veltroni, premier ombra, sull’«obbligo della memoria» e sull’impegno unitario e bipartizan per giungere «un giorno» alla verità «in modo chiaro e definitivo». Sì,ma ’sto segreto di Stato? Infine l’Italia dei Valori che è turbata dai fischi, quando non siano i dipietristi a zufolare: a sentire il capogruppo alla Camera chi ha fischiato (in nome di verità e giustizia) alla Stazione di Bologna avrebbe oltraggiato la memoria delle vittime. Però, a onor del vero, l’Idv si impegnerà per la «rimozione del segreto di Stato e lo sblocco della legge sul risarcimento delle vittime».





Rassegne web
uno: http://emiliaromagna.indymedia.org/node/3283
due: http://emiliaromagna.indymedia.org/node/3284