Le prime formazioni armate in Italia
Indice generale
Introduzione ……………………………………………………………. p. 3
La Resistenza tradita……………………………………………………. p. 5
Il ’68 delle BR tra Università Negativa, CPM e Sinistra Proletaria…….. p. 18
Piazza Fontana tra movimento del ’68 e lotta armata…………………...p. 53
Il marxismo teorico nelle prime formazioni armate…………………….. p. 61
Bibliografia……………………………………………………………… p. 80
Introduzione
Con questa tesi s’intende analizzare l’aspetto politico-dottrinario alla base di quella sorta di “fuga in avanti” che alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare italiana decidono di intraprendere a partire dal 1970.
Quali sono le idee politiche e i riferimenti teorico-dottrinari dei futuri lottarmatisti? Quali sono gli eventi che influiscono in misura maggiore? Per provare a rispondere a queste domande senza tralasciare nulla, è stato necessario ripercorrere a grandi linee una storia, la storia di una Repubblica che nasce anche grazie al sangue versato dai suoi partigiani. Da qui il “mito” della “Resistenza tradita”, o rivoluzione inespressa, che i genitori dei futuri brigatisti coltivano sin dal giorno seguente la Liberazione, e attraverso il quale i loro figli verranno educati. Fino a quando, divenuti adulti, andranno via di casa, alla volta dell’Università (rigorosamente “Negativa”), o della scuola di vita della fabbrica. Siamo nel ‘68/‘69: il nuovo odore di rivoluzione che questa generazione annusa, sembra improvvisamente disperdersi col fumo delle terribili esplosioni di piazza Fontana. Questo momento, vissuto, a differenza della Resistenza, in prima persona e non in maniera mediata dai racconti dei propri padri, può essere considerato come uno degli spartiacque fondamentali tra “movimentismo radicale” e scelta strategica della lotta armata.
Quest’analisi si estende dunque fino agli anni ‘69/’70 (gli albori per questo genere di organizzazioni), per affrontare infine la non semplice questione del tipo di marxismo che adottano le Brigate Rosse.
In realtà, nel periodo preso in considerazione esistono in Italia altre due formazioni molto simili tra loro (GAP e XXII Ottobre) che scelgono la lotta armata (anticipando, seppur di poco, le stesse BR). A queste organizzazioni sono state dedicate diverse pagine, tuttavia l’attenzione maggiore si è concentrata sul gruppo brigatista perché considerato unanimamente il più importante tra i tre, se non altro per la portata temporale espressa.
Le fonti da cui parte quest’analisi sono rappresentate da buona parte della bibliografia prodotta fino ad oggi sul fenomeno della lotta armata in Italia. Un elemento che aggiunge valore all’elaborato è poi rappresentato dall’utilizzo di documenti autentici risalenti al periodo preso in esame: riviste, giornali, bollettini e volantini originali, conservati e reperiti a Milano presso l’Istituto Giangiacomo Feltrinelli in via Romagnosi, il centro di documentazione Nexus in via Conterosso e la libreria Calusca in via Conchetta. Si ringraziano in modo particolare le persone che gestiscono queste strutture per la competenza e la disponibilità dimostrate.
La Resistenza tradita
Il 25 aprile del ’45, in Italia, i partigiani, i gappisti, la popolazione e le differenti forze politiche festeggiano la vittoria dell’insurrezione che libera l’Italia dal nazifascismo.
Dopo un certo periodo di tempo, tuttavia, accade che qualcuno si senta meno vincitore di altri. Si tratta soprattutto degli ex partigiani comunisti, che dopo aver pagato il maggior tributo di sangue alla Resistenza, si sentono in una certa misura “traditi” dal loro partito, il PCI.
La Resistenza italiana, infatti, vede intrecciarsi all’interno dello stesso lato della barricata prospettive assai diverse tra loro. Parte degli operai che combattono sulle montagne percepisce questa guerra non solo come una liberazione nazionale (come evocato dal C.L.N.), ma come qualcosa di più: un motivo di riscatto sociale, di cambiamento radicale, di guerra (anche) di classe.
E’ così che, alcuni di questi ex partigiani, maturano la percezione di trovarsi davanti ad una rivoluzione rimasta incompiuta, frustrata dal fatto che dopo la Liberazione sia stata imposta la consegna generale delle armi, quasi ad impedir loro di andare sino in fondo, fino alla conquista del potere da parte della classe operaia.
Non sono pochi, tuttavia, i partigiani che scelgono di non restituire tutte le armi, di nasconderne almeno qualcuna, in paziente attesa di riprendere quella “rivoluzione” che, nelle loro speranze, la direzione politica che storicamente li rappresenta avrebbe dovuto guidare.
Qualcuno, che era ancora un bambino mentre i partigiani combattevano, tenterà di raccogliere questa ingombrante eredità ideale e quelle stesse armi per cercare di portare a compimento il “fine tradito” del 1945.
Una delle prime azioni delle Brigate Rosse (il sequestro dell’ingegner Macchiarini nel ‘72) tenterà di spiegare didascalicamente questo concetto attraverso la fotografia di un “nemico di classe” sotto il tiro della pistola di un ex partigiano ora nelle mani di un brigatista, quasi a voler simboleggiare il passaggio di testimone da una generazione -comunista- ad un’altra.
Le radici del “tradimento” e le prime critiche armate
Per comprendere il contesto in cui l’idea della ripresa delle armi (dopo averle cedute alla democrazia parlamentare alla fine della guerra, “tradendo” il progetto comunista) non è così isolata da far sembrare la nascita delle Brigate Rosse come una filiazione senza padre, occorre partire proprio dal periodo della Resistenza e da quello immediatamente successivo.
Il PCI nel 1944 accetta una nuova linea di alleanza con la monarchia Sabauda suggerita dall'URSS nel quadro di un processo di suddivisione del mondo in sfere di influenza, che vede nella conferenza di Teheran e in quella di Yalta due importanti tappe.
La “svolta di Salerno” trova degli avversari già in seno ai vertici dello stesso PCI, come Scoccimarro, Longo e Secchia. Quest’ultimo, in particolare, diventerà leader della cosiddetta “ala dura” del PCI (critica verso Togliatti), e il dirigente più vicino, o comunque meno lontano, dall’ideale della Resistenza tradita. Ancora negli anni ’70, in un libro dal titolo emblematico (“La Resistenza accusa”) scrive (seppur riferendosi soprattutto alla DC): “Voi avete tradito la Resistenza con l’opera di divisione prima e di discriminazione poi tra i cittadini italiani” . Egli considera la Resistenza e la lotta antifascista come un momento particolare della più generale lotta di classe.
Durante un convegno sul tema della Resistenza in Lombardia, nell’ambito della celebrazione del ventesimo anniversario della Liberazione, Secchia tiene un intervento dal titolo “La lotta armata”, nel quale, tra l’altro, afferma: “Soprattutto i giovani devono sapere che la Resistenza non è finita allora” . Questi contenuti, peraltro, erano in una certa misura già stati espressi anni prima, in occasione di un altro intervento pubblico (questo più incentrato sul ruolo svolto dai gappisti a Milano) .
Il dirigente del PCI è amico di Giangiacomo Feltrinelli, futuro fondatore dei GAP (Gruppi di Azione Partigiana) nel 1970. Di Secchia l’editore milanese afferma: “Con la sua analisi del PCI durante il fascismo, ha il merito di spostare l’obiettivo della sua indagine storica dal piano sostanzialmente idealista della storiografia ufficiale del partito e degli storici borghesi a una storia della struttura, dell’organizzazione del partito” .
Già nel ‘28 Secchia aveva sostenuto presso i vertici del suo partito la necessità della lotta armata contro il fascismo in Italia, “come esigenza portata avanti dalle masse stesse. Ponendo il problema della lotta armata, egli esprimeva una esigenza fondamentale della lotta di classe e della guerra rivoluzionaria, ma le sue istanze venivano respinte dal gruppo dirigente con accuse di terrorismo prese pari pari dai giudizi dei classici del marxismo sui terroristi russi della metà dell’Ottocento” . Feltrinelli ritiene in definitiva Secchia uno dei pochissimi dirigenti del PCI capaci di applicare il pensiero strategico di Lenin: perché gli altri “credevano sostanzialmente di poter sconfiggere il fascismo senza l’applicazione delle leggi di guerra alla lotta di classe” .
Secchia, inoltre, pubblica tramite la casa editrice dello stesso Feltrinelli un altro volume che affronta il tema della guerriglia in Italia, da Mazzini e Garibaldi fino alla Resistenza. Aspetto peculiare del libro è il fatto che vi sono pubblicate dettagliate istruzioni per la guerriglia, dal “decalogo del partigiano” alla descrizione dei vari tipi di esplosivi (egli era stato commissario politico delle Brigate Garibaldi). Segue in appendice un testo di Lenin del 1906 (“La guerra partigiana”) sulle condizioni in cui era possibile l’utilizzo della lotta armata.
Tuttavia, all’epoca, l’insofferenza verso la svolta di Salerno, più che in Secchia, trova le sue espressioni politiche più forti all’esterno del Partito Comunista: per esempio nel giornale “Stella Rossa” di Torino. I redattori, tutti fuoriusciti dallo stesso PCI, sostengono a gran voce che non basta ricostruire lo stato borghese antifascista, ma che occorre invece costituire la repubblica sovietica italiana.
Finita la guerra, ad alimentare il malcontento della base del PCI contribuiscono poi l’atteggiamento del partito in ambito lavorativo (che sembra chiedere grossi sacrifici per la ripresa del Paese) e la mancata epurazione. In questo contesto, a Schio, nel vicentino, il malcontento di alcuni ex-partigiani si traduce addirittura in una forma di “giustizia popolare” contro i locali detenuti fascisti.
Nascita delle prime formazioni armate del dopoguerra
E’ in questo quadro che alcuni ex-partigiani decidono di risalire sulle montagne dando vita a nuove formazioni armate che attaccano esponenti fascisti e industriali.
Ciò accade per esempio nel Biellese (Movimento di Resistenza popolare) e in Emilia. Il Partito Comunista si dissocia subito da queste formazioni, e collabora con i carabinieri nella ricerca dei responsabili.
Caso particolare è invece quello della cosiddetta Volante Rossa, i cui militanti sono per la stragrande maggioranza iscritti o simpatizzanti del PCI. Il nome è ripreso dall’omonima formazione che era stata attiva durante la Resistenza in due reparti distinti, nell’Ossola e nell’Oltrepò pavese, e che aveva guadagnato un certo prestigio tra la classe operaia.
La Volante Rossa Martiri Partigiani, invece, nasce a Lambrate con scopi inizialmente ricreativi; a questa forma di copertura, dal ‘47 vengono affiancate azioni che non vengono firmate: gli obiettivi sono soprattutto fascisti e dirigenti aziendali; le “pene” inflitte vanno dal pestaggio alla gogna, fino all’uccisione. Il carattere di “giustizia proletaria” con cui queste azioni mirano a presentarsi agli occhi della gente, sarà motivo di imitazione da parte delle Brigate Rosse nel periodo delle loro prime apparizioni sulla scena italiana. Per esempio, quando la Volante Rossa sequestra e rilascia l’ingegner Italo Toffanello, dirigente della Falck di Sesto San Giovanni, gli consegna un pacco con appuntato un biglietto: “E’ stata data una lezione al signor Toffanello. Ora restituiamo scrupolosamente ciò che era in suo possesso” , allo stesso modo, quando le BR sequestreranno l’ingegner Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit Siemens di Milano, faranno ritrovare il suo orologio, un Omega d’oro “perso dal detenuto (il quale è ora posto in libertà provvisoria) nel vano tentativo di divincolarsi” .
Quando, nel ’49, comincia a venire a galla la paternità delle azioni della Volante Rossa ed i suoi membri vengono arrestati, il PCI inizialmente grida alla montatura; successivamente corregge il tiro, e distingue i militanti che per antica militanza comunista e popolarità appaiono inattaccabili dai restanti componenti della formazione armata. Buona parte di essi, comunque, riesce a rifugiarsi all’estero, nei paesi dell’Est europeo, anche grazie all’aiuto dello stesso Secchia.
Le risposte all’attentato a Togliatti viste dalle BR
Dopo l’attentato a Togliatti del ‘48, lo sciopero generale e il moto di insurrezione popolare vengono frenati dalla direzione del PCI che mobilita i propri dirigenti nell’intera penisola per convincere i ribelli a desistere.
Le Brigate Rosse, nel novembre del 1971, scriveranno: “Nel ‘48 con l’attentato a Togliatti, esplose la rabbia per non essere andati fino in fondo tre anni prima. L’odio proletario contro i padroni e contro lo stato rimbalzò di città in città, di piazza in piazza. Ancora una volta i partigiani impugnarono le armi e rimasero in attesa di “istruzioni”, di indicazioni rivoluzionarie. E ancora una volta il loro partito raccomandò la calma, li invitò a ritornare alle loro case, a ritornare nelle fabbriche dei padroni. Da quel momento le idee di liberazione che avevano armato il braccio e il cuore delle masse proletarie italiane si infransero, sempre più duramente, contro la muraglia legalista, elettoralista e riformista che il Partito andava innalzando fra l’autonomia e il potere.
Il disarmo fu totale. Disarmo politico. Disarmo militare. Questo era ciò che volevano i borghesi che si trovavano al governo dello stato.
Seguirono anni tremendi: il post fascismo e la ricostruzione. Mentre Valletta ritornava con l’aiuto delle “forze alleate” alla direzione della Fiat, liquidava i Consigli di Gestione, licenziava centinaia di avanguardie operaie e ne metteva nei “reparti confino” altre centinaia, la polizia scelbiana picchiava nelle piazze e assassinava i contadini nel meridione” .
La lezione della Resistenza tradita secondo i cattivi maestri
Per Lenin la concretezza di una situazione rivoluzionaria è legata a tre condizioni oggettive ed una soggettiva.
Le tre condizioni oggettive sono: una spaccatura nella classe dominante, l’oscillazione della piccola borghesia verso la classe operaia e una radicalizzazione della classe operaia stessa. La condizione soggettiva, anch’essa imprescindibile, è la presenza di un consolidato partito rivoluzionario capace di portare i lavoratori alla presa del potere. Tutte queste condizioni erano presenti nella Russia del 1917.
Provando invece, come i futuri brigatisti, ad applicare la teoria leninista alla fase storica della Resistenza in Italia, si comprende come la condizione che, più di tutte le altre, risulta insoddisfatta sia quella soggettiva. In questa assenza, imputata al PCI, affonda le proprie radici ideologiche il mito della “Resistenza tradita”.
Procedendo per ordine: la spaccatura in seno alla classe dominante sarebbe individuata nella divisione che si viene a creare dal ’43 fra seguaci di Mussolini e sostenitori di Badoglio e della monarchia.
L’oscillazione della piccola borghesia verso la classe operaia, invece, sarebbe visibile nella misura in cui, dalla primavera del ’43, al grande padronato comincia a sfuggire il controllo del mondo contadino e di quello impiegatizio. Il primo è in subbuglio, pratica l’occupazione delle terre e gli assalti ai municipi per bruciare registri delle imposte e carte di proprietà. Vengono sistematicamente assaltati anche gli “ammassi” (poi ribattezzati “granai del popolo”), che sono particolarmente odiati dai piccoli contadini, costretti a vendere i loro prodotti sottocosto, mentre i grandi proprietari terrieri, che li controllano, possono arricchirsi ulteriormente sul mercato nero. Per gli impiegati la situazione è altrettanto difficile, a causa di un’inflazione devastante, che erode poderosamente il potere d’acquisto dei salari, con conseguente omologazione delle povertà contadine, impiegatizie e operaie. Ne scaturiscono lotte spesso comuni sulla base delle collaudate tradizioni contestative operaie, come a Palermo e a Bari. Il malcontento talvolta sfocia persino in vere e proprie rivolte popolari e battaglie armate con i carabinieri, come a Ragusa (gennaio 1945).
La terza condizione oggettiva prevista da Lenin, la radicalizzazione della classe operaia, nella Resistenza raggiungerebbe la sua espressione più elevata quando la lotta partigiana e lo sciopero generale operaio convergono, nell’aprile del ’45.
In effetti, per una decina di giorni a cavallo del 25 aprile si crea un contesto che potrebbe essere definito pre-rivoluzionario: i comitati d’agitazione clandestini si trasformano in commissioni interne, molte fabbriche vengono occupate, i partigiani e gli operai in armi esercitano il potere reale più delle autorità nominate dal Comitato di Liberazione Nazionale.
Secondo l’interpretazione leninista, questa situazione di preludio rivoluzionario avrebbe potuto conoscere il suo compimento solo se fosse stata presente la condizione soggettiva che manca in quel momento: la presenza di un vero partito rivoluzionario capace di portare i lavoratori alla presa del potere. Il PCI non ha voluto (secondo i sostenitori della “Resistenza tradita”) e/o potuto (per contingenze internazionali) assolvere questa funzione.
Partendo da questo presupposto, la grande borghesia, dal canto suo, ha buon gioco nel muoversi su un doppio binario per neutralizzare il pericolo rivoluzionario: da una parte la repressione, dall’altra la ricerca di collaborazione con il PCI stesso.
La conclusione che l’assenza di un partito realmente rivoluzionario sia stato l’elemento che ha impedito la rivoluzione comunista in Italia è importante per i futuri brigatisti, perché da essa trae linfa la scelta dell’intervento politico che si prefiggono.
Durante il nuovo ciclo di lotte e conflittualità sociale che caratterizza la fase storica in cui vivono, il loro obiettivo è infatti la costruzione, sul lungo periodo, di un partito armato, di rivoluzionari di professione, capace di guidare le masse operaie alla presa del potere, senza tradirle e nel momento in cui le condizioni oggettive saranno mature e pienamente soddisfatte.
Tuttavia occorre sottolineare che Lenin affermava anche che ciò che legittima la lotta armata è il suo legame con l’insurrezione, e questa è una caratteristica che non sembra essere in alcun modo presente nelle Brigate Rosse: sia perché l’inizio degli anni ’70 in Italia non costituisce, a differenza del ’45, un momento insurrezionale o pre-rivoluzionario; sia perché le BR stesse si sviluppano come organizzazione sostanzialmente slegata dalle masse. E si tratta di una scelta ben precisa: la lotta armata viene infatti da esse concepita non come una tattica che completa e potenzia dei comportamenti già praticati spontaneamente dalle masse, bensì come un progetto strategico organico e autonomo.
Un filo rosso tra partigiani e brigatisti?
Il rapporto che lega Brigate Rosse ed ex partigiani è un aspetto abbastanza controverso, in quanto sostenuto da diversi ex brigatisti nei propri libri ma sottoposto a ridimensionamenti e distinguo proprio dal PCI.
Quel che è innegabile è che in alcune zone di grande tradizione partigiana questo rapporto venga effettivamente coltivato. L’esempio più emblematico è sicuramente quello della “rossa” Reggio Emilia, che non a caso fornirà un alto numero di militanti alle Brigate Rosse (Azzolini, Gallinari, Franceschini, Bonisoli, Paroli, Pelli, Ognibene, Casaletti, Prampolini etc.).
In questa città, è tradizionalmente presente il ricordo dei sette fratelli Cervi, fucilati la mattina del 28 dicembre 1943 dai militi della Guardia Nazionale Repubblicana. In un momento storico delicato come quello della fine degli anni ‘60, questo ricordo acquisisce nuova vitalità attraverso la costruzione di un film sui sette fratelli a cui partecipano come comparse o in parti secondarie molti reggiani. L’opera diviene occasione per alimentare l’idea di “Resistenza tradita”, con una mitizzazione della figura di Aldo Cervi che anticipa e spinge verso la lotta armata contro le tendenze caute e riformiste dei dirigenti del suo partito, il PCI. Tesi che sembra confermata dalle parole di Lauro Azzolini: “Provengo dalla eredità combattente dei fratelli Cervi, dalla grande coscienza militante della Resistenza reggiana, dalle lotte anticapitalistiche e dagli operai trucidati durante gli scioperi alle Reggiane, dal piombo dei celerini e carabinieri del ministro democristiano Scelba, dalla unità con i compagni caduti combattendo contro la polizia e i carabinieri del governo democristiano Tambroni” .
Sempre per la città di Reggio Emilia, Otello Montanari, un ex deputato del PCI stesso, ricorda così “l’appartamento”, cioè il luogo che può essere definito come una sorta di incubatrice delle BR reggiane: “Era suddiviso in tre stanze: uno spazio per la discussione, la rivoluzione, il dibattito politico; un altro in cui si tenevano i rapporti con i partigiani; infine l’ultimo, con una grande lavagna, dove si indicava anche come usare le armi.” . E ancora: “Sì, c’era una stanza dove andavano alcuni partigiani. Alcuni di quei giovani erano andati nella sede dell’Anpi per discutere sulla Resistenza e sulla necessità della violenza. Per capire se un’azione violenta era ancora necessaria” .
Uno dei diretti interessati, Franceschini, afferma: “Cominciammo ad esercitarci andando a sparare sulle montagne con i mitra che ci davano gli ex partigiani. Loro sapevano che noi avremmo usato le loro armi. Avevano fatto la guerra di Liberazione, dopo il 25 aprile avrebbero voluto continuare a combattere per costruire una società socialista, ma il PCI, il loro partito, li aveva traditi. Non avevano più l’età per ritornare sulle montagne e passarono a noi ragazzi le armi, con la certezza che le avremmo usate. Andavamo in montagna, ci esercitavamo al tiro
con la pistola e con i mitra.” . E ancora: “Ascoltavamo i racconti degli ex partigiani. E, seguendo le loro indicazioni, andavamo alla ricerca dei depositi nascosti sulle montagne. Ripercorrere i vecchi sentieri partigiani era uno dei nostri riti: salivamo su vestiti militarmente, con camicie che compravamo alle bancarelle. Erano gli stessi ex partigiani che ci dicevano di andare a cercare le armi, perché volevano che le prendessimo noi. Eravamo nel 1968-69. L’idea che avevamo, chiara e precisa, era che dovevamo costruire una struttura armata” .
Anche Vainer Burani, l’avvocato reggiano che ha difeso in tribunale diversi brigatisti, sostiene questa sorta di passaggio di consegne: “Io sono stato personalmente contattato da un ex partigiano, nel 1972-1973, il quale mi disse testuali parole: ”voi siete i nostri figli e i nostri eredi sostanziali”. In quegli anni posso dirle che anche a me, come ad altri giovani, alcuni partigiani dissero: ”ecco, ci sono queste armi e sono per voi”. La persona che mi fece questa proposta me la ricordo benissimo. Faceva parte dell’ala secchiana del PCI, di quelli che pensavano: ”abbiamo dovuto fermarci, per contingenze internazionali, però arriverà il momento X e faremo la rivoluzione”. Noi giovani eravamo quelli a cui passare il testimone” .
I futuri brigatisti, tuttavia, dai partigiani non prendono solo pistole e mitra, ma anche buona parte dell’armamentario di simboli e immagini. Per esempio, il nome stesso dell’organizzazione balena nella mente di Curcio mentre in una determinata occasione si trova in piazzale Loreto e sta osservando il punto esatto dove le Brigate Garibaldi avevano esposto i cadaveri dei fascisti. Anche la stella a cinque punte rappresenta un riferimento alle stesse Brigate Garibaldi, oltrechè ai vari eserciti rivoluzionari (Armata Rossa, Vietcong, Tupamaros). Un richiamo all’esperienza dell’organizzazione partigiana, oltrechè a quella della Volante Rossa, è espresso anche nelle tecniche e nelle tattiche utilizzate. Si pensi ad esempio al cartello appeso al collo dello stesso Macchiarini , definito, tra l’altro, “una camicia nera dei nostri giorni” : anche i partigiani, talvolta, erano soliti riservare questa forma di “gogna” ai loro prigionieri fascisti.
Rocco Turi, sociologo e giornalista, arriva a sostenere che “le vere autorità morali e ideologiche delle Brigate Rosse furono i tanti personaggi mai ufficialmente identificati che Franceschini indica con vari pseudonimi: Sergio, Bruno, Luigi, Vittorio, Cosimo, Giovanni, Aldo, Riccardo. Gli ex partigiani comunisti furono i veri punti di riferimento strategici delle BR. I membri più importanti di quella che diventerà poi la Direzione Strategica” . Si tratta, probabilmente, di conclusioni alquanto azzardate: fra gli ex partigiani che, agli albori della lotta armata, gravitano concretamente attorno ai brigatisti, figurano in realtà solo due nomi, tutt’altro che centrali nella formazione armata: Giacomo Cattaneo e Giambattista Lazagna. Il primo, detto “Lupo”, aveva combattuto giovanissimo nelle formazioni di Giustizia e Libertà, e sarà tra i primi arrestati delle BR dopo aver partecipato a poche azioni. Il secondo, ex vicecomandante partigiano e medaglia d’argento al valor militare per aver “dato alla lotta di Liberazione entusiastico e redditizio apporto” , merita dei cenni più approfonditi. Arrestato nel ’74 come presunto capo delle BR, in realtà l’avvocato Lazagna svolge una funzione per vari versi “esterna” rispetto all’organizzazione, della quale non fa parte a pieno titolo; si occupa, saltuariamente, di mettere in contatto alcuni aspiranti brigatisti con i membri effettivi. Questo ruolo di “filtro”, che prevede un’alta esposizione ai rischi repressivi, non a caso viene generalmente svolto non dai capi delle BR, ma da una persona che, anche qualora arrestata, non sarebbe imputabile per reati molto gravi; e Lazagna, infatti, è solo un semplice “simpatizzante”, non partecipa personalmente a nessuna azione. Quando l’infiltrato Silvano Girotto (“frate mitra”) cerca di entrare nelle BR, lui gli dice: “Io non sono direttamente delle BR, anche perché non condivido fino in fondo…comunque godo della loro fiducia” . La precisazione di questa “distanza” dalle posizioni brigatiste non è solo una normale “precauzione” di fronte ad una persona abbastanza sospetta; Lazagna, pur essendone simpatizzante, è realmente critico nei confronti di vari aspetti dell’organizzazione. Negli stessi colloqui con Girotto, le sue critiche si sostanziano soprattutto nella scelta di un’attività che, a suo dire, porterebbe le BR a sganciarsi dalle masse; egli ritiene che la violenza delle masse vada “gestita”, assecondata nei momenti opportuni, e che in questo caso occorra mettere in mano agli operai delle armi vere, evitando una violenza parziale e destinata a soccombere. Per questo egli ritiene per certi versi limitante dare “l’esempio” con azioni che per il loro essere ideate e attuate da pochi non riuscirebbero a coinvolgere le masse. Egli afferma: “Sono in una posizione politica di ricerca di problematica. Non sono un intellettuale, ma nella mia ideologia ci sono certi capisaldi. Sono entrato nel PCI nel ’42, e ne sono uscito nel ’72. I drammi trascorsi da più italiani, l’esperienza e la morte del Che Guevara nel ’67, il maggio francese, nel ’68, sono tutti problemi che hanno gettato nuova luce e nuova dimensione sulla situazione politica, e, da allora, sono alla ricerca. Ho criticato il fuochismo alla Che Guevara. Credo che nelle Brigate Rosse ci sia un tentativo di imitazione di questo fuochismo del Che, destinato al fallimento perché non tiene conto della situazione politica italiana. E quando si sbaglia dal punto di partenza, l’errore può essere usato dal nemico. Dal nemico di classe” . Tuttavia, come si è visto, malgrado queste riserve, egli si rapporta e si confronta in maniera dialettica con i brigatisti e ne appoggia, pur esternamente, l’attività. A tal proposito, emblematica è una frase di Curcio su di lui: “Il vecchio purtroppo con noi si è messo troppo dentro, avrebbe dovuto rispettare il suo ruolo di supervisore, di direttore spirituale: ha preso troppo decisamente posizione per la linea morbida, sta andando troppo in là” . Più avanti, durante un interrogatorio in tribunale, Lazagna descriverà così le proprie idee politiche e la propria distanza dalle BR: “Uno scontro violento, in un processo rivoluzionario, è sbocco inevitabile, se si parte da premesse leniniste o marxiste; però questo scontro non può avvenire che come completa maturazione di coscienza di masse operaie e di altre classi: una politica di anticipazione di gesti di violenza armata, anziché di accelerare potrebbe anche essere di freno al processo rivoluzionario” . E, su domanda della difesa, sintetizza con queste parole le sue posizioni leniniste: “Le crisi rivoluzionarie maturano in momenti storici di guerre o gravissime crisi economiche; il momento per un eventuale scontro armato è soltanto quello” .
In conclusione, ciò che si può ragionevolmente affermare è che i vecchi partigiani rappresentano una parte del retroterra non tanto politico quanto culturale, ideale e sentimentale delle Brigate Rosse.
Al proposito è emblematico un ricordo dello stesso Franceschini risalente a poco prima della sua partenza per la clandestinità. Un ex partigiano gli consegna la pistola di un ufficiale tedesco che aveva ucciso in montagna: “Mi aveva fatto chiamare come faceva spesso. Mi disse: “so che parti. Vorrei venire con te ma oramai sono vecchio. Nemmeno i miei consigli, ora, potrebbero servirti. Una cosa però te la voglio dare”. Non fu solo una consegna d’armi: mi stava affidando i suoi ideali, la sua giovinezza e la sua forza che non c’era più.” . E prosegue: “Era il filo rosso che io e altri come me andavamo cercando durante le lunghe serate che passavamo con gli ex partigiani. Sapevamo tutto di quegli anni. I nomi delle brigate, le azioni, il rilievo politico dei singoli comandanti. Erano i nostri padri, e un figlio diventa adulto quando gli viene passato un testimone” .
Il ’68 delle BR tra Università Negativa, CPM
e Sinistra Proletaria
La scuola di Trento per i futuri dirigenti delle BR
Per conoscere le radici delle Brigate Rosse bisogna guardare anche alla facoltà di sociologia di Trento, dove politicamente muovono i loro primi passi alcuni dei futuri fondatori, capi e semplici militanti dell’organizzazione: Margherita Cagol, Renato Curcio, Giorgio Semeria, Duccio Berio e Marco Pisetta.
Il carattere solidamente religioso di questa città può in una certa misura spiegare l’origine della cosiddetta componente cattolica delle BR. Trento, non a caso, rappresenta anche il primo serio momento di coinvolgimento massiccio di studenti e docenti cattolici nell’area del movimento, egemonizzato, in questa facoltà, da Marco Boato e Mauro Rostagno.
L’ISSS (Istituto superiore di studi sociali) sorge nel 1962 per iniziativa del gruppo dirigente democristiano del capoluogo trentino. Finito il periodo di ricostruzione, l’Italia sta attraversando il boom economico, che secondo il Movimento Studentesco di Trento “segna il passaggio da una fase capitalistica ad una di capitalismo maturo, in cui la struttura del potere industriale non si limita più ad esercitare il suo dominio totalitario soltanto sulle fabbriche, ma tenta sempre più decisamente di estendersi verso il controllo rigido ed autoritario di tutti i meccanismi del sistema” .
Questa posizione vede l’istituzione di una facoltà come quella di Sociologia a Trento, come una necessità da parte del capitale di un maggior controllo sulla classe operaia e sugli altri strati sociali, nel quadro della cosiddetta razionalizzazione neocapitalistica: cioè non sarebbero più sufficienti i tecnici tradizionali, ma ne occorrerebbero di tipo nuovo, ingegneri “sociali” (sociologi, antropologi, psicologi, etc.). Loro compito sarebbe quello di conoscere e rendere “produttiva” ogni parte dell’uomo, corpo e mente, allo stesso modo in cui l’ingegnere tradizionale conosce e utilizza in senso produttivo ogni parte della macchina.
La sede di Trento viene scelta anche perché considerata zona “tranquilla”. Tuttavia, allo scopo di incrementare il numero degli iscritti, vengono ammessi per la prima volta in una facoltà diversa da quelle di economia e commercio e di agraria anche gli studenti provenienti da istituti tecnici (tra cui Curcio), che porteranno in questa città tutto il peso della loro origine di classe.
Quando, alla fine del ‘65, viene presentato un DDL che declassa la laurea in sociologia in laurea in scienze politiche ad indirizzo sociologico, l’assemblea generale degli studenti decide, per protesta, di occupare la facoltà. La mobilitazione, conclusasi con una vittoria sull’obiettivo corporativo della laurea, utilizza una forma di lotta quasi nuova, l’occupazione, praticata fino ad allora solo in alcune facoltà di architettura. Da questo momento, il Movimento Studentesco di Trento, dato il suo carattere fortemente anticipatorio e il legame con collettivi esteri (come la Kritische Universitat di Berlino), diventa un esempio per larga parte del movimento studentesco italiano.
Ma “una volta conquistata la laurea in sociologia, non sono affatto risolti tutti i problemi riguardanti la struttura di potere dentro l’istituto, l’impostazione scientifico-culturale dei corsi, l’organizzazione accademica e la finalizzazione professionale della facoltà” . Viene intrapresa una seconda occupazione, sempre su obiettivi corporativi (si chiede che alla stesura dello statuto della facoltà partecipino pariteticamente gli studenti), e si conclude anch’essa con una vittoria.
Tuttavia, ben presto scomparirà la convinzione di poter cambiare realmente l’università dal suo interno (e parallelamente si arriva a pensare che la società non possa essere modificata tramite lotte parlamentari). Il Movimento Studentesco di Trento matura la convinzione che l’università sia solo uno strumento della società, utilizzato al fine di modellare i giovani secondo le esigenze della classe dominante. Curcio e compagni scrivono: “Oggi, di fatto, l’università strutturalmente si pone come una organizzazione la cui funzione è quella di soddisfare gli svariati bisogni tecnici della società. L’università fornisce gli strumenti aggiornati (tecnici) per mettere sempre più a punto l’organizzazione del dominio di una classe sulle altre classi. L’apparato tecnologico, così potenziato, può finalmente sostituirsi al “Terrore” nel domare le forze sociali centrifughe e fornire alla classe sociale che ne dispone, una superiorità immensa sul resto della società” . E ancora: “L’università è uno strumento di classe. Essa, a livello ideologico, ha la funzione di produrre e trasmettere una ideologia particolare - quella della classe dominante - che presenta invece come conoscenza obiettiva e scientifica, e delle attitudini e comportamenti particolari - quelli della classe dominante - che presenta invece come necessari e universali” .
E’ a questo punto che il Movimento Studentesco decide di “uscire” dall’università, in quanto vuole dare dimostrazione della necessità di combattere anche gli altri gangli, indissolubilmente legati alla scuola, attraverso cui la struttura capitalistica si articolerebbe. Nella primavera del ’67, per una settimana, Trento viene investita da molteplici iniziative contro la guerra in Vietnam: la lotta sugli obiettivi corporativi lascia dunque il posto alla tematica dell’antimperialismo. Nell’università viene proclamato uno sciopero politico cui seguono i primi scontri con la polizia.
Una contro-università
All’inizio dell’anno accademico successivo il Movimento Studentesco ha ormai la piena consapevolezza che “non si può avere una università democratica in una società capitalistica” , e che “darsi come unico obiettivo strategico una riforma della scuola significa ottenere niente di più che quelle riforme, e solo quelle, che sono via via più compatibili col sistema di classe esistente e che in definitiva concorrono alla sua razionalizzazione e al suo consolidamento” . Cosa fare dunque? Concentrare la propria attività politica fuori dall’università o perseguire battaglie “sindacali” al suo interno? La risposta che viene individuata tenta di superare il momento rivendicativo per recuperarlo ed inglobarlo in un disegno politico di più ampia dimensione. Viene inaugurata all’interno delle stesse mura della facoltà una sorta di contro-università, chiamata “Università Negativa”. Curcio e compagni partono dal presupposto che non sia per l’università che occorre lottare, ma contro l’università (attuale e ufficiale), per sostituire questo strumento solo apparentemente neutrale con altri strumenti che permettano di capire, al fine di poterli meglio combattere, i meccanismi del potere in tutte le sue manifestazioni. “Nell’università viene negato agli studenti il diritto di esprimersi sui problemi fondamentali (e non) della politica nazionale ed internazionale. Noi formuliamo come ipotesi generale che vi sia ancora la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema a capitalismo maturo attraverso nuove forme di lotta di classe interna ed esterna (nazionale ed internazionale) e lanciamo l’idea di una Università Negativa che riaffermi nelle università ufficiali ma in forma antagonistica ad esse la necessità di un pensiero teorico, critico e dialettico, che denunci ciò che gli imbonitori mercenari chiamano “ragione” e ponga quindi le premesse di un lavoro politico creativo, antagonista ed alternativo. Solo il rovesciamento dello stato permetterà una reale ristrutturazione del sistema d’insegnamento. Lo studente deve quindi, al di là del suo status, agire, in una prospettiva di lungo periodo, per la formazione (stimolazione) di un movimento rivoluzionario delle classi subalterne, che si esprima nella forma organizzativa più adeguata al nuovo tipo di lotta che si deve condurre.
Noi abbiamo individuato l’Università Negativa come luogo di integrazione politica e analisi critica dell'uso degli strumenti scientifico-tecnici proposti dallo strato intellettuale della classe dominante nelle nostre università. Ad un uso capitalistico della scienza bisogna opporre un uso socialista delle tecniche e dei metodi più avanzati” .
I contestatori si “riappropriano” così di tempi e spazi universitari per costruire iniziative alle quali partecipano anche alcuni docenti: seminari, assemblee, discussioni, inchieste e, soprattutto, i cosiddetti controcorsi. L’idea che li sottende è di elaborare analisi che permettano di reinterpretare la realtà sociale e di “saldare quella frattura tra cultura e politica che quotidianamente viene riprodotta dal sistema d’insegnamento capitalistico” .
Nel concreto, la contestazione ideologica dell’Università Negativa viene espressa in particolare nelle seguenti forme:
“- Controlezioni e occupazioni bianche. Le controlezioni si tengono di regola, alla stessa ora delle lezioni ufficiali, su argomenti di insegnamento universitario, e tendono a sottrarre a queste, quando lo si ritenga opportuno, la totalità dell’uditorio.
- Controcorsi: forme più organiche di contestazione, con finalità meno immediate e spettacolari, che consistono in una più profonda e consapevole socializzazione politica di studenti già precedentemente sensibilizzati” .
A poco a poco l’accento si sposta dall’analisi sociologica verso l’elaborazione di strumenti che si pongano l’obiettivo di suggerire modalità di “intervento” concrete, puntualizzando i ruoli possibili delle singole persone.
“Vorremmo infine aggiungere che il nostro interesse per il movimento studentesco non implica evidentemente una sopravvalutazione dello stesso. Il corpo studentesco non può, a nostro avviso, in alcun modo essere considerato alla stregua di una “classe”, i cui interessi siano oggettivamente e potenzialmente antagonistici all’attuale formazione economico-sociale. Consideriamo quindi l’università sì un centro di lotta, ma non il solo, né il principale, comunque non sottovalutabile poiché in essa prende corpo l’operazione livellatrice programmata dal capitale. Un modo per opporsi a questa operazione è il tentativo, portato avanti con gli strumenti da noi individuati, di “sottrarre” al flusso tecnocratico potenziale forze antagonistiche (antiprofessionisti) per affiancarlo non episodicamente alle altre forze antagonistiche della nostra società. Per questo avanziamo il progetto di una Università Negativa, che esprima in forma nuova nelle università italiane quella tendenza rivoluzionaria che sola potrà condurre la nostra società dalla preistoria alla Storia” .
Nella scelta della creazione dell’”Università Negativa”, sembra esservi un’influenza gramsciana: l’idea dello “specialista politico”, del ruolo dell’intellettuale nel processo rivoluzionario.
“Rivoluzione culturale” (“uno sviluppo creativo del marxismo-leninismo e un vittorioso superamento della dissociazione fra teoria e prassi che rende possibile la ripresa della lotta di classe su scala internazionale” ), “Tendenze del capitalismo italiano”, “Il Vietnam”, “Psicanalisi e repressione sociale” sono i titoli di alcuni dei controcorsi sviluppati.
Entrano nelle aule nuovi testi e nuovi autori: per esempio Marcuse (del quale si cerca, attraverso l’Università Negativa stessa, di rovesciare l’affermazione secondo cui il successo più grande della società industriale sarebbe la sua capacità di integrazione degli opposti), Malcom X, Marx, Lenin, ed ovviamente, il continuo riferimento teorico di Curcio: Mao Tse-Tung. Il motivo principale della grande importanza attribuita al presidente cinese risiederebbe nel suo “materialismo dialettico che ristabilisce il carattere scientifico del marxismo contro due interpretazioni filosofiche, piccolo-borghesi ed extrascientifiche di esso: l’economicismo volgare e l’idealismo umanitario; il primo sostiene che la sola evoluzione tecnologica e le sole trasformazioni economiche basterebbero a portare gradualmente e spontaneamente verso il socialismo, il secondo ritiene che la sola penetrazione delle idee socialiste in mezzo al popolo basterebbe ad indurre gradualmente e spontaneamente le classi dominanti ad abbandonare il potere” . Entrambe le concezioni avrebbero dunque il difetto di negare il carattere dialettico della realtà, credendo che “un solo fattore - tecnico-materiale o ideologico-morale - possa portare ad una trasformazione dei rapporti economici, pacificamente e senza lotta. Mao e la rivoluzione culturale, sulla base di una osservazione scientifica dell’esperienza storica millenaria dell’umanità, affermano anzitutto che il fattore decisivo delle trasformazioni umane resta l’uomo. Ma contemporaneamente chiariscono che gli ideali dell’uomo non possono affermarsi contro la forza materiale delle classi dominanti senza il ricorso alle forme più aspre della lotta di classe” .
Il legame con le lotte operaie
L’iniziativa dei controcorsi viene travolta dagli eventi del ‘68: le lotte che esplodono in tutta Europa e soprattutto in Francia, Italia e Germania, producono un ulteriore “salto” del movimento di Trento. Questo, infatti, è tra i primi a sostenere la necessità del passaggio da un generico “collegamento” tra lotte studentesche e lotte operaie ad una più avanzata e decisa “convergenza” di massa: “È fondamentale affermare come l’autonomia del nuovo movimento non debba diventare né rimanere autonomia delle lotte studentesche universitarie da quelle degli studenti medi, dalle lotte proletarie e in particolare dalle lotte operaie.
Il legame delle lotte studentesche con le lotte operaie deve realizzarsi tuttavia a livello di lotta di massa e non risolversi assolutamente in incontri verticistici di pochi burocrati dell’uno e dell’altro movimento. Le forme di questo collegamento tra lotte studentesche e lotte operaie pongono in modo già chiaro la necessità di un salto politico dal “collegamento” alla “convergenza” di esse, sia a livello tattico che strategico” (è in questo modo che gli studenti parteciperanno alle lotte degli operai della Michelin di Trento).
Curcio e Mauro Rostagno, inoltre, teorizzano alcuni temi che diverranno importanti per il movimento operaio, quali il contropotere, i tempi per vincere la guerra rivoluzionaria, le basi rosse. A tal proposito le università sono viste proprio in funzione di “basi”, cioè zone potenzialmente libere dal dominio capitalista, da sfruttare ai fini di una “lunga marcia” attraverso le istituzioni: “Dobbiamo organizzare l’università e la scuola come zone di ritirata, come zone di potere rosso, cioè come zona dalla quale siamo liberi di partire usando la tattica della rete da pesca, andare nelle masse e poi ritornare nei momenti di repressione; deve essere la zona liberata dentro la società capitalistica. Da qui si inizia la lunga marcia attraverso le istituzioni. Dobbiamo già cominciare a realizzare elementi di controsocietà. Cosí la lunga marcia attraverso le istituzioni crea poteri rossi dove si comincia a gestire la società alternativa” .
La “lunga marcia” è ancora un riferimento al maoismo (cosiccome lo saranno altre parole d’ordine delle future BR, come “mai più senza fucile”): si preferisce cioè prendere le distanze da slogans allora molto in voga quali: “fascisti, borghesi, ancora pochi mesi!”; al contrario viene prospettata una lotta difficile e soprattutto lunga (concetto che rimarrà sempre presente nelle posizioni espresse dalle BR): “Questo non è un momento rivoluzionario, ma prerivoluzionario, e quindi non è un momento in cui si pone immediatamente il problema della presa del potere ma l’organizzazione di un lavoro politico. Allora occorre dire che è avventurismo far sembrare o far credere alle persone, alle masse che la presa del potere e la realizzazione di una società egualitaria è un’opera facile e rapida: bisogna invece continuamente sottolineare che sarà difficile e lunga. Non è l’esempio cubano, ma è l’esempio cinese, quello che abbiamo di fronte, cioè non è possibile l’organizzazione dell’isola felice con due anni di lotta, ma è possibile attraverso 40 anni di resistenza” .
La rivista “Lavoro Politico”
Il Movimento per l’Università Negativa di Trento, e in particolare Curcio, si impegna inoltre nella redazione della rivista “Lavoro Politico”.
Fin dal 1962 il Centro di informazione di Verona curava la pubblicazione di un bollettino diretto da Walter Peruzzi, che trovava i suoi punti di forza negli interventi sulla scuola e sul dialogo tra cattolici e comunisti. Di origine cattolica, col tempo questo centro finirà col collocarsi alla sinistra del PCI. Nell’ottobre del 1967 il bollettino si trasforma in “Lavoro Politico”, alla cui redazione concorrono il Centro di informazione di Bolzano, la Comune di Verona e, appunto, il Movimento per l’Università Negativa di Trento.
“Lavoro Politico” si definisce “un organo marxista-leninista che si lega nelle sue origini ad alcuni avvenimenti del nostro tempo, quali la rivoluzione culturale proletaria guidata dal pensiero di Mao Tse-tung, l’invincibile lotta del popolo vietnamita e la contemporanea degenerazione del PCI e del PSIUP sempre più apertamente dimostrativa della politica di “nuove maggioranze”, logico sbocco della “via italiana e pacifica al socialismo”. Quanto appare su LP è il risultato di una elaborazione collettiva del comitato redazionale e dei collaboratori: per questo non appaiono, generalmente, firme individuali” .
Gli articoli trattano praticamente tutti i temi, nazionali ed internazionali, d’interesse del movimento marxista-leninista: le lotte studentesche, appunto, le lotte contadine in Calabria, il “tradimento” del sindacato e del PCI (accusato in particolare di aver perso la visione e la prassi leniniste), il ruolo dell’Italia nella Nato; ma anche il movimento francese, la situazione del mondo arabo e della sua componente “di classe”, le rivolte degli afro-americani, le colonie portoghesi in Africa (con dati approfonditi sulla condizione dei neri).
Molte pagine della rivista, inoltre, sono dedicate al dibattito ideologico, cosa che permette di comprendere quali fossero le posizioni sostenute all’epoca da Curcio e compagni e come diverse di queste posizioni verranno poi ritrovate nelle Brigate Rosse.
I redattori muovono anzitutto una serie di critiche a quelle concezioni politiche che, una ad una e per motivi differenti, accusano di “deviazionismo” rispetto all’ortodossia del marxismo-leninismo di cui loro stessi sarebbero portatori. E così, ad esempio, gli operaisti sarebbero rei di “diffondere l’illusione che si possa prendere il potere in fabbrica per arrivare al potere statale anziché viceversa” ; per “Lavoro Politico”, in sostanza, essi incentrerebbero la propria analisi sulla classe operaia (locale), commettendo così il grave errore di sottovalutare e snobbare il ruolo giocato dai popoli sottomessi e colonizzati del resto del mondo (allontanandosi in tal modo da Lenin). “Vedendo la classe operaia fuori dal contesto effettivo delle altre forze in lotta si finisce col non riuscire a definire un programma preciso neppure per la classe operaia” . All’operaismo viene dunque contrapposto l’antimperialismo.
Un’altra critica, ancora più feroce, è quella mossa al bordighismo, definito “una variante di sinistra del massimalismo, che, al pari del riformismo, sostituisce il positivismo e l’economicismo al materialismo dialettico e al materialismo storico” . Si tratta in buona sostanza delle medesime critiche rivolte in precedenza a quell’interpretazione di Marx definita “economicismo volgare”, accusata a sua volta di far coincidere la rivoluzione socialista semplicemente con i cambiamenti economici che attraversano in maniera naturale e ovvia la storia della società umana. Ma la possibilità di un comunismo che verrebbe raggiunto senza colpo ferire non persuade la redazione di “Lavoro Politico”, che accusa i bordighisti di limitarsi in questo modo ad attendere gli eventi. Essi non vorrebbero quindi prendere concretamente in considerazione un intervento politico diretto e volontario da parte dell’”elemento cosciente”, intervento che dovrebbe essere finalizzato ad esasperare le contraddizioni del capitalismo e possibilmente ad accelerarne la fine.
A Bordiga viene contrapposto Gramsci, in quanto quest’ultimo avrebbe dimostrato, durante la sua battaglia politica contro il primo, di essere più vicino alle posizioni del Comintern sul “fronte unico” con gli altri partiti antifascisti e a quelle di Lenin (il quale, dall’URSS avrebbe suggerito ai comunisti italiani: “staccatevi da Turati, e poi alleatevi con lui” , mentre Bordiga predicava l’astensionismo elettorale). A tal proposito, per Curcio e compagni, il pensiero del primo segretario del Partito Comunista in Italia merita di essere ascritto alle considerazioni fatte dallo stesso Lenin sull’estremismo: “L’infantilismo settario e dogmatico di Bordiga e dei bordighisti, che si presentano al movimento operaio come i più gelosi custodi della teoria marxista, nasconde, in realtà, una pericolosa deviazione rispetto al marxismo-leninismo” . Tra i destinatari di questa critica figura, nelle stesse pagine, l’organizzazione “Lotta Comunista”, un gruppo “bordighista travestito da marxista-leninista” .
La battaglia politica contro il bordighismo e l’accento (ulteriormente marcato) sull’elemento soggettivo (nel caso specifico “l’avanguardia cosciente”), sarà alla base della concezione del marxismo propria delle BR.
Ma i nemici ideologici da combattere per “Lavoro Politico” sono molteplici: l’”opportunismo” di Kautski, il meccanicismo (in quanto “se rispecchiasse la realtà, la Russia nel 1917 sarebbe potuta arrivare solo ad un regime di democrazia borghese” ), il “dogmatismo” (cui viene preferita una “concezione dialettica del marxismo vivente ”) e la “mentalità libresca”, che produrrebbe “valutazioni della classe e direttive di lavoro ” poco aderenti alla realtà sociale; a questo metodo, “ascientifico”, ancora una volta viene contrapposto Gramsci, il quale affermava che occorre partire da inchieste sociali, per poi sviluppare una teoria con cui indirizzare e orientare la lotta di classe. Al tempo stesso, “Lavoro Politico” condanna anche il “rivoluzionarismo senza principii”, il “primitivismo organizzativo”, lo spontaneismo, l’individualismo, l’anarcosindacalismo, l’idealismo, il massimalismo, l’”ultrasinistrismo”, il trotzkismo, il frazionismo (cui viene contrapposto il centralismo democratico), l’entrismo. Infine, il “revisionismo” di cui vengono accusati l’URRS della “coesistenza pacifica” e molti partiti comunisti istituzionali (come il PCI), viene descritto per punti come: “negazione della dittatura del proletariato; abbandono della teoria di Lenin sullo Stato; rinuncia della lotta armata come strumento dello scontro di classe” . Già in “Lavoro Politico”, dunque, Curcio sottolinea questo aspetto che diverrà poi elemento qualificante della militanza nelle Brigate Rosse. “Come affermava Mao la lotta armata non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi. Senza la lotta armata il proletariato si troverà nell’impossibilità di portare a termine la stessa lotta politica, di rovesciare la borghesia la quale, possedendo l’apparato repressivo statale non esiterà ad usarlo per salvare il proprio potere politico ed economico. La rinuncia della lotta armata da parte dei revisionisti, e la propaganda ideologica pacifista e democraticista che sviluppano tra gli operai rivela il loro tradimento” .
Nelle stesse pagine viene altresì affermato che esisterebbero delle “contraddizioni” in seno al cosiddetto “fronte revisionista”. Questa considerazione è un’altra occasione per Curcio e il resto della redazione per mostrare la propria adesione al maoismo, nella fattispecie all’applicazione del principio che distingue tra contraddizioni principali e secondarie.
Anche l’attività di Stalin viene contrapposta a quella dei “revisionisti”. Il giudizio espresso sul dittatore sovietico non differisce, in sostanza, da quello di buona parte dei futuri brigatisti: “E’ estremamente importante distinguere tra il periodo di edificazione socialista guidata da Lenin e Stalin e il periodo di restaurazione capitalista ad opera dei revisionisti moderni. E’ certamente sbagliato non riconoscere gli errori che facilitarono la successiva vittoria del revisionismo. Ma lo sbaglio principale, e più frequente, consiste nel perdere di vista il carattere secondario di quegli errori, fino ad affermare, come fanno i trotzkysti, una pretesa continuità fra Stalin, che difese la dittatura del proletariato, e Chruscev, che restaurò la dittatura borghese” .
Peraltro, in “Lavoro Politico”, è possibile leggere anche alcune critiche, espresse per punti, verso il socialismo reale dell’Unione Sovietica dai tempi della sua nascita:
“- Il mantenimento di elementi ed organi capitalisti nelle loro funzioni anteriori (di produzione e di scambio). Il proletariato è costretto a lasciare ai vecchi sfruttatori la gestione delle posizioni economiche che esso non è in grado di far funzionare. Se la nazionalizzazione (operazione giuridica) è possibile immediatamente in tutti i settori, per la socializzazione (appropriazione effettiva dei mezzi di produzione) non è la stessa cosa.
- Il mantenimento di funzioni economiche di tipo capitalista, seppur assicurate da elementi o organi proletari: per esempio la direzione di trusts di Stato funzionanti come trusts privati durante la N.E.P.
- L’utilizzazione di specialisti borghesi in ambiti economici, amministrativi e dell’insegnamento. Essi, pur non avendo mai avuto un posto di sfruttatori nei rapporti di produzione sono borghesi per il loro modo di vita e la loro ideologia” .
A tal proposito, viene sottolineata l’importanza, per ogni paese divenuto socialista, della necessità di una rivoluzione culturale sull’esempio cinese da compiersi nelle fasi seguenti immediatamente seguenti alla rivoluzione economico-politica. Peraltro, l’esigenza di una rivoluzione culturale come strumento utile al fine di consolidare e non far degenerare il “risultato” raggiunto, per “Lavoro Politico” era già stata prevista e sottolineata da Lenin durante i suoi ultimi anni di vita.
Per quanto riguarda gli sbocchi concreti della propria attività, infine, Curcio, la Cagol e gli altri ritengono di importanza preminente il problema del “partito rivoluzionario, perché riguarda lo strumento con cui tradurre nella pratica della lotta di classe la teoria rivoluzionaria, cioè come usarla realmente. In questo senso deve ormai aver luogo, a livello teorico, una centralizzazione che orienti le differenti esperienze e le lotte localmente avviate. All’unificazione teorica dei marxisti-leninisti, nella prospettiva del partito rivoluzionario di tutti i marxisti-leninisti, intende contribuire la nostra rivista” . Da qui la decisione di entrare concretamente in un partito.
La parentesi del Partito Comunista d’Italia
Verso la fine del 1968, l’intera redazione di Lavoro Politico aderisce al Partito Comunista d’Italia (PCd'I) marxista-leninista, guidato da Dino Dini e Osvaldo Pesce. Esso si caratterizza soprattutto per il rifiuto di ogni lotta di tipo parlamentare, all’interno del sistema, e per la sua battaglia contro il revisionismo. Il momento di maggior prestigio del PCd’I coincide con il viaggio dei suoi due leader a Pechino, volto a sancire, con Mao, l’affinità ideologica tra il Partito Comunista Cinese e quello d’Italia. Probabilmente è anche questa netta scelta di campo del PCd’I nell’ambito del dissidio sino-sovietico che spinge Curcio e compagni ad entrarvi, per di più in assenza di sbocchi e alternative concrete in Italia.
Non a caso, già in maggio “Lavoro Politico” scriveva: “Il PCd’I è riuscito sempre più a diventare un partito operaio e contadino nella sua composizione di classe, in opposizione ai gruppi minoritari o sedicenti marxisti-leninisti che viceversa tradiscono tutti il loro carattere piccolo borghese ”. In realtà il PCd’I secondo molti è “un piccolo partito con scarso seguito nella classe operaia, che trova piuttosto un certo consenso tra gli intellettuali e i giovani ” Del resto, anche nell’articolo di “Lavoro Politico” non vengono nascoste alcune riserve e qualche critica; tuttavia l’appoggio pressoché incondizionato non viene mai messo in discussione, dato che l’articolo stesso si conclude con l’affermazione che “lo sviluppo del movimento e del marxismo-leninismo passano attraverso lo sviluppo, la costruzione e il rafforzamento ” del Partito Comunista d’Italia. Nel numero di giugno-luglio, è l’editoriale a ribadire (in modo spesso utopico) la necessità di partire dal PCd’I per costruire un grande partito rivoluzionario ispirato al modello cinese: “Un partito che sia impegnato ad assolvere una funzione educativa, di orientamento, di direzione e di mobilitazione sistematica di molteplici organizzazioni a differenti livelli. A ciò corrisponde una dilatazione delle responsabilità dirigenti di ciascuna cellula nel partito e di ciascun militante - chiamati a lavorare nelle organizzazioni di massa – e delle masse stesse chiamate sempre più a diventare soggetti attivi del processo storico. In tal modo, come sta avvenendo in Cina nel corso della grande rivoluzione culturale proletaria…” .
Tuttavia, quando “Lavoro Politico” vi fa ingresso, il PCd’I è già prossimo ad una spaccatura. Pesce e Dini (e le rispettive fazioni) si scontrano tra loro. Il secondo accusa il primo di mancanza di duttilità di fronte all'agitazione spontanea di studenti e lavoratori e di essere “un controrivoluzionario, di mascherare dietro una fraseologia di sinistra una linea di destra, neorevisionista ”; in breve, una cosiddetta “linea nera”, contrapposta ad una “linea rossa” che Dini incarnerebbe e nella quale scelgono di confluire Curcio e il resto della redazione di “Lavoro Politico”. Di contro, la “linea nera” accusa la fazione opposta di “essersi aperta indiscriminatamente ad avventurieri e sacrestani (quest’ultimo epiteto è per Peruzzi) ”. Pesce riesce ad assicurarsi la benedizione di Pechino e la testata ufficiale del partito (“Nuova Unità”), dopo che ne erano usciti, in contemporanea, due numeri polemicamente contrapposti. La “linea rossa” fonda allora un altro giornale, “Il Partito”, in cui Curcio e il suo gruppo fanno valere il peso dell’altra esperienza redazionale che continuano a portare avanti, unitamente alla propria, intransigente, radicalità. Essi accusano la “linea nera” di falsificare lo spirito del marxismo-leninismo con queste parole: “Anziché dare una solida formazione ideologica ai militanti, anziché educarli ad un’assimilazione creativa del pensiero di Mao, essi spingevano i militanti a una meccanica ripetizione propagandistica dei principi, che si riduceva poi a un attivismo generico” che avrebbe infine smascherato il loro sostanziale “revisionismo” e provocato la loro espulsione in virtù del centralismo democratico.
Tuttavia la crisi del PCd’I ben presto travolge anche “Lavoro Politico”. In quello che sarà l’ultimo numero della rivista viene infatti scritto, riferendosi alla lotta contro la “linea nera”, che si sarebbe sviluppata nella redazione “una contraria deviazione di ultrasinistra ”, i cui “portabandiera” sarebbero lo stesso Curcio e Duccio Berio. I due sono accusati di identificare i deviazionisti “neri” con tutto il partito e di voler opporre “Lavoro Politico” al gruppo dirigente e al partito stesso nel suo insieme: “Questi sedicenti M-L sostengono di fatto che la Rivoluzione Culturale ha superato e non difeso il Partito Leninista e su tale base si oppongono ad esso anche quando dicono di volerlo. Lo vogliono, ma non vogliono il Partito Leninista che centralizza i suoi militanti sulla base di un’unica ideologia, per metterli sotto direzione e al servizio del proletariato. Una concezione settaria che, al pari dell’altra isola il partito dalle masse. Da questa posizione essi sono indotti - nel tentativo di giustificarla - a formulare una teoria completamente soggettiva e antimarxista-leninista secondo la quale il centralismo democratico e il partito sarebbero principi e strumenti superati perché la rivoluzione dovrebbe essere preparata attraverso accurate ricerche teoriche, condotte da équipes di studiosi collegati internazionalmente, e attraverso l’invenzione di nuove forme organizzative, non più leniniste, ma assimilabili a quelle piccolo-borghesi. Essi cercano così di evadere con fantasticherie soggettive dal duro impegno della lotta di classe nel partito finendo poi per tornare nelle fila del Movimento Studentesco su posizioni totalmente antimarxiste” . L’importanza di questo testo sta nel fatto che denuncia l’esigenza di trovare nuove forme organizzative da parte di Curcio e la “soggettività” delle sue posizioni: una critica ed un aspetto che verrà ripreso in sede di valutazioni in merito al tipo di marxismo utilizzato dalle BR. L’articolo, inoltre, fa notare un riavvicinamento di Curcio al Movimento Studentesco trentino. Ma si tratta di un rientro che dura lo spazio di pochi mesi. Nell’estate del ’69, il partito “rosso” fa proprie certe accuse che i “neri” avevano lanciato al momento della scissione, ed espelle non solo Curcio, ma tutta l’ormai ex redazione di “Lavoro Politico” per “avventurismo politico e frazionismo organizzato” .
Il futuro capo delle Brigate Rosse decide allora di trasferirsi a Milano. Non è un semplice cambiamento di città: si tratta della volontà di adottare concretamente quelle nuove forme di lotta delle quali a Trento sarebbe stata avvertita l’esigenza in maniera progressivamente più forte.
La terribile strage che di lì a poco si verifica proprio in questa città (Piazza Fontana) contribuirà poi ad accelerare la scelta della lotta armata.
Il CPM (Collettivo Politico Metropolitano)
La contestazione studentesca del ‘68 funge metaforicamente da “detonatore” per la successiva “esplosione” nelle fabbriche di nuove forme di lotta, violente ed illegali.
Questo avvenimento pone presso alcuni gruppi dell’estrema sinistra l’esigenza di una “organizzazione rivoluzionaria”, che sappia sottrarre allo spontaneismo l’elevato grado di conflittualità espresso per canalizzarlo all’interno di un disegno più strutturato e complessivo.
Uno di questi gruppi è il CPM (Collettivo Politico Metropolitano) di Milano, formato dal CUB (Comitato Unitario di Base) Pirelli, dal GdS (Gruppo di Studio) Sit-Siemens, dal GdS IBM, da lavoratori dell’Alfa Romeo, della Marelli, dei telefoni dello Stato e da studenti. Sarà proprio il CPM il nucleo iniziale da cui, attraverso varie trasformazioni, nasceranno e si svilupperanno le Brigate Rosse.
L’atto di nascita ufficiale di questo gruppo risale all’8 settembre 1969, data in cui viene diffuso un bollettino ad uso interno dei militanti. Le relazioni che vi compaiono definiscono il CPM come strumento che deve predisporre “le strutture di lavoro indispensabili a impugnare in modo non individuale l’esigenza-problema dell’organizzazione rivoluzionaria della metropoli e dei suoi contenuti (ad esempio democrazia diretta, violenza rivoluzionaria etc.)” .
Viene altresì sottolineato che “in contrasto con l’astratto e spesso falso rigore marxista-leninista oggi in voga, attualmente il processo di costruzione di questo collettivo non avviene sulla base di un programma e neppure sulla base di una rosa di principi ideologici” .
Il CPM, in sintesi, sostiene di proporsi non come un atto volontaristico che nasce dal nulla, ma come prodotto delle lotte condotte nelle fabbriche dove sarebbero stati presenti “in posizione egemone, o comunque di rilievo, i comitati che in seguito alla maturazione della loro esperienza decidono di dare vita a questa organizzazione” . Lo scopo non vuole limitarsi al “collegamento” tra le lotte presenti in aziende diverse: l’intento dichiarato è quello, più ambizioso, di “portare fuori dalle fabbriche e dalle scuole l’offensiva generalizzata al sistema, investendo l’intera area metropolitana” .
È dunque importante, per comprendere la genesi delle BR (che, in quanto tali, nasceranno dopo breve, nel ‘70), ritornare al ‘68 e analizzare, sia pure in breve, le principali esperienze di fabbrica dei comitati che hanno dato vita al CPM.
Il GdS Sit-Siemens
Con il fine generico di “studiare e proporre a tutti gli impiegati obiettivi ed azioni atte a migliorarne le condizioni generali non dall’esterno come il sindacato, ma dall’interno attraverso analisi e assemblee a cui tutti possono partecipare” , nasce a Milano nel ‘68 il Gruppo di studio Sit-Siemens.
Costituito inizialmente da soli impiegati, così ne viene spiegata l’origine in un volantino distribuito all’epoca: “Un anno fa eravamo disorganizzati, senza collegamenti tra di noi. Tutti ci lamentavamo e l’alternativa in pratica era una sola, andarsene o subire. Non c’era ancora apparso chiaro che la maggior parte dei problemi non erano individuali ma comuni, che il rapporto tra ciascuno di noi, isolato e debole, e la direzione, poteva essere rovesciato. Si è formato così un gruppo che abbiamo chiamato di studio. Riuscimmo a elaborare una serie di richieste che, sottoposte mediante referendum all’attenzione di tutti, diventarono la base delle nostre rivendicazioni. Infatti in un’assemblea decidemmo di avanzare ufficialmente le richieste alla direzione che le respinse. Sempre l’assemblea decretò allora lo sciopero, il primo da oltre 20 anni fatto da noi impiegati, cui partecipò più del 90%. Alla fine dello sciopero, a parte i risultati che possiamo giudicare soddisfacenti in sé, possediamo degli strumenti ormai collaudati, come il gruppo di studio e l’assemblea, che ci consentono di operare scelte collettive” .
L’autunno caldo del ’69 vede il GdS Sit-Siemens in prima fila. Esso cerca collegamenti esterni con altri gruppi di lavoratori (come quelli della Face-Standard, il CUB Pirelli e il GdS IBM) e di lavoratori-studenti. Inoltre, per tentare di superare le tradizionali divisioni tra operai e impiegati, decide strategicamente di aderire al sindacato. In quest’ambito, sorgono dei motivi di contrasto fra GdS e organizzazione sindacale, che non riguardano tanto gli obiettivi e i contenuti (cottimo, categorie etc.) quanto lo strumento da adottare per perseguirli: il Gruppo di Studio, infatti, non mostra nessuna preclusione verso le nuove forme di lotta che fuoriescono dalla legalità, come i cortei interni, la non collaborazione, il rifiuto di timbrare durante gli scioperi, di sottostare alla perquisizione all’uscita, il blocco dei passi carrai, i sabotaggi. In un volantino il GdS esprime così le proprie posizioni in merito: “Lo sciopero prolungato ha come effetto che noi non produciamo. Ma il padrone per questo tempo non ci paga. È necessario trovare forme di lotta che danneggino la produzione più di quanto danneggino noi. Alcune forme di lotta non piacciono alla direzione che le dichiara illegali: illegali sono così lo sciopero, il picchetto, la caccia ai crumiri, un vetro rotto durante le manifestazioni. Legali sono invece il cottimo, il basso salario, l’intimidazione diretta o mascherata, le multe, il lavoro pericoloso o nocivo. Contro la sua volontà, contro le sue leggi, dobbiamo imporre la nostra volontà, contrapporre il nostro potere” .
L’ambiguità della presenza del GdS nel sindacato si fa ancora più forte quando viene affrontato il discorso del merito: “La lotta per il salario svincolato dalla produttività e dalla mansione deve essere il primo passo verso l’abolizione del lavoro salariato, cioè contro il sistema dei padroni. Va ripresa l’indicazione strategica di Marx secondo cui invece della parola d’ordine conservatrice di un giusto salario gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario della soppressione del lavoro salariato” . Per questo motivo, i sindacalisti non sarebbero che “professionisti della contrattazione che hanno scelto, insieme ai cosiddetti partiti dei lavoratori, la strada delle riforme, cioè la strada dell’accordo complessivo con i padroni” .
La conclusione tratta dal GdS è che “appare sempre più chiaro nella lotta contrattuale che la lotta di base sta assumendo un aspetto generale, uscendo dalla fabbrica per coinvolgere tutta la struttura sociale. Di qui la necessità per il gruppo di darsi una dimensione adeguata al livello dello scontro, cioè di agire non solo in fabbrica, ma anche nella scuola, nei quartieri, in una parola nella metropoli, di qui la costruzione di un collettivo metropolitano (CPM) a cui il gruppo partecipa” .
Il GdS si impone inoltre di continuare la sua attività “ponendosi non già in fabbrica come alternativa al sindacato e fuori come alternativa ai partiti, ma cercando di riassumere le due necessarie componenti della lotta di classe, l’economico con il politico, al livello richiesto dalla lotta stessa” .
Il CUB Pirelli
Il processo di ristrutturazione tecnologica voluto da Pirelli negli anni ‘60 e l’aumento dei ritmi di lavoro che ne consegue, provoca un consistente malcontento fra molti operai di questa azienda. Inoltre l’espansione del settore della gomma porta, nel ’68/’69, all’assunzione di numerosi giovani che hanno appena vissuto una stagione di alta conflittualità nelle scuole; e molti di essi, che sono studenti-lavoratori, la stanno ancora vivendo.
Ben presto, questa conflittualità comincia a contagiare anche il luogo di lavoro, dove viene costituito il CUB (Comitato Unitario di Base), che arriva a contestare la figura stessa del “padrone” e “l’uso capitalistico” del lavoro. La sua critica verso il sindacato viene esplicitata in un volantino, distribuito in fabbrica, dal titolo “Il piano del Capitale”:
“a) l’espansione dell’economia necessita di una riduzione dei costi che può essere imposta soltanto con un aumento dei ritmi, e il blocco delle lotte, o meglio l’inserimento delle stesse in un ambito controllato e programmato;
b) i sindacati devono sempre più funzionare oggettivamente da gestore dei contratti e non possono quindi portare un attacco a fondo al piano economico. Viceversa bisogna partire dall’assunto che la lotta è l’unica arma operaia, il nostro obiettivo deve essere quello di partire direttamente dalla condizione operaia in fabbrica e di trovare quei punti comuni a tutti i reparti, quegli obiettivi di fondo su cui far partire la lotta. Gli obiettivi non possono venire dall’alto ma devono crescere e precisarsi nel dibattito di base” .
Operativamente, il CUB propone questo ventaglio di richieste:
“- abolizione di ogni condizione di nocività;
- nuove assunzioni per aumentare l'organico;
- riduzione dell'orario a parità di salario;
- prospettiva di eliminazione del cottimo” .
Il CUB, che si era costituito come “nucleo di organizzazione della lotta, ma mai come organo di direzione politica della classe operaia” , entrerà in crisi nel momento in cui la lotta in fabbrica comincia a venir meno in seguito alla firma, nel ’69, dell’accordo aziendale. Alcuni suoi membri aderenti anche ad Avanguardia Operaia proporranno allora un’evoluzione del CUB nel senso di un’organizzazione politica più complessiva, ma la contrarietà di chi vuole proseguire l’attività del gruppo all’interno della fabbrica provocherà una spaccatura. Poco dopo, numerosi aderenti al CUB sceglieranno di entrare nel CPM, struttura considerata più idonea a portare “l’attacco” al sistema.
Il GdS IBM
Negli anni ’60, lo stabilimento di Vimercate vive un processo di progressiva meccanizzazione. La conseguente parcellizzazione dei compiti spinge alcuni impiegati tecnici a paragonare se stessi a “semplici appendici dei programmi meccanografici” . Gli stessi accusano inoltre le organizzazioni sindacali, di fronte a questa situazione, di “perdersi in una politica di piccolo cabotaggio fatta di questioni minime e quotidiane eludendo di affrontare i veri problemi della classe operaia in un’azienda ad alto sviluppo tecnologico” .
Così, anche sull’onda delle lotte del ‘68, viene costituito, nel marzo ‘69, il Gruppo di Studio IBM, che descrive la sua composizione con queste parole: “L’eterogeneità politica, culturale (cattolici, marxisti, ex liberali) e sociale (alcuni tecnici, un ex capo dimessosi per motivi politici, un capo in crisi, un ex operaio sindacalista) del gruppo è la dimostrazione che lo sviluppo capitalistico apre continuamente nuove contraddizioni nella società e nuovi schieramenti prima impediti dal grado inferiore di sviluppo del capitale” .
Il primo episodio che vede impegnato il GdS è la lotta in seguito al licenziamento di un capo che, facente parte del gruppo politicamente schierato contro la direzione, aveva chiesto alla stessa di essere esonerato da quel ruolo. Viene decisa la costituzione di un’assemblea permanente che promuove uno sciopero a oltranza e impone al sindacato di intimare alla direzione il ritiro del licenziamento. Intanto la lotta si estende alle altre sedi, dove viene diffuso l’accaduto attraverso un volantino dal titolo “La democrazia IBM ha colpito ancora”: “Nello stabilimento di Vimercate, un capo dallo stomaco troppo delicato per fare il capo è stato licenziato. La IBM, che si vanta di avere innalzato l’uomo fino alla luna, seppellisce su questa terra altri uomini che non accettano di essere strumenti di produzione e di consumo, ma intendono fare un uso completo del loro cervello. Ora nessuno più in IBM potrà presentarsi alla gente parlando di democrazia, porte aperte, diritto al lavoro, e altre puttanate di questo genere. Il marciume che si nasconde sotto queste parole è ormai tale che nessuno potrebbe ancora fingere di non avvertirne il fetore. Le nostre sorti vogliamo averle in mano noi e guidarle fino in fondo. Ogni lotta individuale non può che condurre al suicidio. Solo l’unione di tutti i lavoratori sconfigge qualsiasi forma di oppressione padronale” .
La direzione ritira il provvedimento, ma già prima delle bombe di piazza Fontana il GdS IBM entra in crisi: progressivamente, matura la convinzione che i sindacati stiano riassorbendo “la mobilitazione della classe operaia nei canali della logica contrattuale” . Sembra così fallire uno degli obiettivi considerati più importanti dal Gruppo di Studio, e cioè l’autonomia delle lotte operaie. Secondo un’analisi fortemente autocritica, i motivi vengono individuati “nell’essersi rivolti indiscriminatamente a tutti i lavoratori: è stato far finta di non scorgere la realtà, non aver agito per individuare la sinistra in fabbrica, e all’interno di questa cercarsi lo spazio politico per costituirsi quale punto di riferimento. Alla IBM si è voluto essere il punto di riferimento di tutti i lavoratori e non lo si è stato per nessuno, si è raccolta la simpatia di tutti e si è stati considerati una frangia dissidente dei sindacati, si è voluto deviare la direzione e il terreno dello scontro alla IBM in opposizione alle scelte sindacali e si è stato soltanto strumento quasi sempre inconsapevole del sindacato. Errori sono stati compiuti nello scambiare per coscienza politica un generico opportunismo da maggioranza silenziosa che si schiera monotonamente con la tesi vincente” .
Il CPM
Ma la crisi del GdS IBM è la crisi di tutti i gruppi nati in fabbrica in quel periodo. Per superare questo empasse, matura l’esigenza di chiudere l’esperienza per certi versi settaria della lotta in fabbrica per cercare di intraprendere una prospettiva di scontro più “globale”: alle lotte economiche e all’anticapitalismo si intende unire inestricabilmente l’antirevisionismo e l’antimperialismo. Ma questo nuovo obiettivo “non può essere realizzato con i mezzi vecchi, con un tipo di organizzazione e di rapporto con il movimento che continua a ricalcare i CUB e i GdS, ancora riferito alla fabbrica, quando il quadro istituzionale si è oramai riorganizzato per imbrigliare le lotte spontanee di fabbrica e dirigerle nel sociale. Se non si evolvono in qualcosa di diverso, questi gruppi sono destinati ad essere spazzati via inesorabilmente dalla scena politica” .
Per questi motivi, sarà il Collettivo Politico Metropolitano stesso, nel quale era ormai confluito anche il GdS IBM, a compiere la prima azione (nella stessa fabbrica vimercatese) tesa a “saldare il fronte anticapitalista con quello antimperialista”: durante l’inaugurazione di un nuovo modello IBM, a cui partecipano, oltre ai massimi dirigenti IBM, anche vari ospiti delle “consorelle” statunitensi, vengono affissi manifesti e striscioni, riportanti frasi come “IBM produce guerra”, “IBM in Italia, imperialismo in casa”, e “Sciopero, fuori i servi dell’imperialismo”. Nelle intenzioni dei suoi promotori, questa azione dimostrativa vorrebbe “tracciare definitivamente la discriminante tra chi intende condurre la lotta solo nei termini di rivendicazione economica e coloro che dichiarano apertamente la loro determinazione a portare lo scontro fin dentro le intime strutture del capitale” .
In definitiva, i Gruppi di Studio e il CUB Pirelli, in preda alla crisi politica, si sarebbero “evoluti” nel CPM per “inquadrare la lotta in fabbrica nel movimento più ampio della lotta di classe a livello mondiale, e nelle sue articolazioni europee, lasciando ai sindacati il ruolo di interpreti, come da loro vocazione, della cosiddetta maggioranza silenziosa” .
Il nuovo collettivo si pone come “momento corrispondente al livello dello scontro in atto, considerato che soprattutto nell’area metropolitana la lotta di classe si impone in termini rivoluzionari il cui sbocco è rappresentato dalla lotta armata di popolo” . La sua funzione sarebbe dunque quella di “nucleo politico agente all’interno di un’area politica definita dalle strutture capitalistiche che tale area determinano, la metropoli, con l’obiettivo fondamentale di indicare le necessità e di contribuire all’organizzazione della lotta rivoluzionaria europea” .
A livello pratico, dunque, oltre a continuare ad operare all’interno delle fabbriche e a organizzare azioni sul tema antimperialistico, il CPM allarga l’area del suo “intervento” al campo più specificamente sociale. Per esempio sul problema della donna e degli asili nido, viene diffuso un volantino dal titolo “Emancipazione della donna!?”, assai polemico verso il femminismo strettamente inteso: “Ma emancipazione nei confronti di chi? Dei mariti che sono sfruttati in fabbrica 8 ore al giorno e che lavorano in condizioni nocive? Emancipazione perché gli uomini avrebbero il privilegio di essere sfruttati per mantenere la famiglia, magari facendo gli straordinari? Oggi, in nome dell’emancipazione femminile, i padroni offrono alle donne il diritto allo sfruttamento in fabbrica, che loro chiamano diritto al lavoro. Così la donna è supersfruttata: una volta perché deve andare in fabbrica per arrivare a pagare l’affitto, per comprare i libri dei figli e mandarli a scuola... e un’altra volta quando deve provvedere alla casa, ai figli, e magari fare lotte per la costruzione di asili nido, a colpi di mimosa! Tutto questo serve per mantenere in vita il sistema dei padroni; infatti, la proposta dell’asilo nido nei termini in cui la fa il sistema, serve a toglierti il cosiddetto peso dell’educazione dei figli per farti lavorare come e quando vuole e al tempo stesso ad avere la tua delega ad educarli fin dalla nascita secondo i suoi interessi. La vera emancipazione sta nella lotta di classe” .
Inoltre, il Collettivo Politico Metropolitano riesce ad egemonizzare in quasi tutto il territorio milanese le lotte dei numerosi lavoratori-studenti (come quella per l’abolizione delle tasse). Un documento del Collettivo lavoratori-studenti del CPM definisce quelle che considera le funzioni della scuola serale: “La scuola serale rappresenta un punto strategico importantissimo per il capitale in quanto deve assicurare la riqualificazione, ovvero l’educazione permanente. Essa è uno degli istituti produttivi che produce l’uomo come merce. Le bocciature, i ritiri, gli esaurimenti nervosi, le interruzioni, sono da considerarsi come modi concreti con cui la fabbrica serale decide di togliere una parte cospicua del suo materiale in produzione dal processo di lavorazione. Pertanto, la selezione altro non è che un controllo di qualità del prodotto. Ma la scuola serale ha anche una funzione ideologica: il controllo di qualità presuppone che la produzione sia omogenea al sistema stesso, di qui la necessità da parte dei padroni di costruire il consenso politico e ideologico delle masse proletarie. Insomma, lo sfruttamento che nelle fabbriche si esprime come aspetto predominante nella forma economico-strutturale, nella scuola si manifesta appunto in modo prevalente come oppressione politico ideologica”. Conseguentemente, il CPM cerca di caratterizzare le lotte dei lavoratori-studenti in senso “direttamente politico e autonomo, nel rifiuto della logica contrattualistica del sindacato e nel superamento dei contenuti meramente rivendicativi” . Viene rivendicato anche l’aspetto illegale delle lotte: “noi abbiamo una sola legge da osservare e praticare: la lotta continua contro quello sfruttamento che le leggi dello stato borghese tentano di rendere giusto e quindi legale” .
Verso la fine del ’69, il Collettivo Politico Metropolitano, a convegno presso Chiavari, affronta il problema della violenza e della lotta armata. Su questi temi delicati affiorano differenze di vedute tra i delegati, tuttavia viene prodotto un documento riassuntivo del convegno che, per progettualità e linee teorico-politiche espresse, può essere per certi versi considerato come una sorta di carta di fondazione del partito armato.
L’opuscolo s’intitola “Lotta sociale e organizzazione nella metropoli” e il concetto da cui parte è quello dell’“autonomia proletaria”, considerata “punto nodale da cui partire per sviluppare le lotte. Noi vediamo nell’autonomia proletaria il contenuto unificante delle lotte degli studenti, degli operai e dei tecnici che hanno permesso il salto qualitativo 1968-69. L’autonomia non è un fantasma o una formula vuota alla quale oggi, di fronte alla controffensiva del sistema, si aggrappano i nostalgici delle lotte passate. L’autonomia è il movimento di liberazione del proletariato dall’egemonia complessiva della borghesia, e coincide con il processo rivoluzionario. In questo senso l’autonomia non è certamente una cosa nuova, un’invenzione dell’ultima ora, ma una categoria politica del marxismo rivoluzionario, alla luce della quale valutare la consistenza e la direzione di un movimento di massa. Autonomia da: istituzioni politiche borghesi (stato, partiti, sindacati, istituti giuridici, etc.), istituzioni economiche (l’intero apparato produttivo-distributivo capitalistico), istituzioni culturali (l’ideologia dominante in tutte le sue articolazioni), istituzioni normative (il costume, la morale borghese). Autonomia per: l’abbattimento del sistema globale di sfruttamento e la costruzione di un’organizzazione sociale alternativa” .
Riguardo alla prassi politica che dovrebbe stare alla base dell’autonomia, Curcio e compagni sviluppano una polemica con larga parte della sinistra extraparlamentare: Lotta Continua e i gruppi vicini ad essa vengono accusati di “rincorrere le lotte ovunque si manifestino a prescindere dai contenuti che esse esprimono. Questa prassi è fondata sulla tesi spontaneistica che la lotta di classe è possibile solo creando lotte di massa, non importa su quali obiettivi, purché esse si manifestino in forme violente”; Potere Operaio, invece, pur considerando gli obiettivi delle lotte non meno importanti delle forme attraverso cui esse si esprimono, viene rimproverato di non interpretare correttamente “il terzo e importante elemento che qualifica le lotte: l’organizzazione.” Secondo l’analisi del CPM, il gruppo di Piperno e Negri ridurrebbe l’organizzazione a mero “risultato delle lotte (condotte con forme radicali su obiettivi unificanti) che emerge solo a posteriori, come esigenza di conservare i risultati conseguiti a livello di coscienza” . Il CPM ritiene invece che l’organizzazione rivoluzionaria sia “l’esigenza fondamentale che il nuovo ambito sociale di lotta pone all’autonomia proletaria” . Questo “nuovo ambito sociale di lotta” sarebbe stato definito dalla “generalizzazione delle lotte (dalla fabbrica e dalla scuola all’intera società), e dal superamento della tesi che l’operaio e il tecnico (che ormai non è altro che un operaio inserito in un’azienda ad alto livello tecnologico) siano tali solo in fabbrica e che fuori da essa diventano cittadini. Piuttosto, l’elemento oggettivo capace di definire il proletariato sia fuori che dentro la fabbrica è la struttura politica del salario. L’attacco alla condizione salariale si presenta dunque all’autonomia proletaria come il contenuto fondamentale delle lotte sociali, capace cioè di impegnare tutti i singoli contenuti del disagio sociale, tutti i singoli momenti dello sfruttamento globale. Il nostro vero problema è dunque non tanto l’estensione orizzontale quantitativa dello scontro, ma l’acquisizione di uno strumento organizzativo che sostituisca quello obsoleto dei CUB, dei GdS, dei Movimenti Studenteschi, ormai travolto dalle stesse lotte che esso ha generato. Il superamento dell’operaismo e dello studentismo non può avvenire attraverso l’unione spontanea, sporadica e apolitica di operai e studenti, ma attraverso la creazione di nuclei organizzativi che si pongano a livello dei problemi sociali complessivi” . In definitiva, per il CPM se “l’obiettivo recupero del sindacato, rafforzatosi numericamente in virtù della logica dei contratti nazionali, è riuscito a bloccare l’iniziativa dei CUB e dei Gruppi di Studio, ciò non significa che la lotta di classe sia rifluita, ma soltanto che essa ha assunto e tenderà sempre più ad assumere forme nuove di espressione. Il proletariato si trova di fronte ad un livello superiore di lotta: l’attacco alla condizione di sfruttamento generale nella società. L’avversario non è più, se mai lo è sembrato, il padrone singolo, ma il sistema dei padroni. L’ostacolo non è più il controllo sindacale delle lotte, ma il complesso sistema di integrazione che si presenta sotto l’aspetto di una nuova legalità (statuto dei lavoratori, etc.). Le provocazioni repressive non sono più le classiche serrate di Agnelli e Pirelli, ma un piano preordinato della destra nazionale
e internazionale” .
Si arriva infine al discorso sulla violenza e sulla lotta armata. Obiettivo dichiarato del collettivo è “l’abbattimento violento del sistema, la rivoluzione” . Per introdurre le modalità attraverso cui s’intende raggiungere questo obiettivo, si parte da una citazione del rivoluzionario brasiliano Marcelo De Andrade, secondo il quale “prima dell’unificazione del capitalismo mondiale da parte dell’imperialismo yankee, il proletariato aveva la possibilità di armarsi attraverso vie non armate, cioè poteva prima organizzarsi politicamente e sviluppare fino ad un certo punto la lotta politica e la violenza non armata, per poi approfittare della disfatta sociale, politica e militare delle classi dominanti dei rispettivi paesi per armarsi e prendere il potere. Oggi, dato che la possibilità di una guerra interimperialista è storicamente esclusa, un’alternativa proletaria del potere, deve essere, sin dall’inizio, politico-militare, dato che la lotta armata è la via principale della lotta di classe” . Curcio e gli altri proseguono quindi con un’analisi della situazione economico-politica dell’”Europa metropolitana” accompagnata dalla considerazione della natura illusoria dell’ipotesi di “un’insurrezione generalizzata” in quest’area. La conseguenza pratica che ne traggono verte sulla “necessità” di percorrere quindi altre strade, individuando quella da intraprendere nell’avanguardia di tipo leninista. “In Europa e in Italia, nella fase attuale, dove la città è il cuore del sistema capitalistico e al tempo stesso il punto dove le contraddizioni appaiono più acute, non si può parlare propriamente di momento rivoluzionario, bensì di processo rivoluzionario. Basti pensare ai livelli repressivi raggiunti dalla borghesia: quando ci si può beccare 4 anni di galera per non aver aggredito un poliziotto, s’impone una scelta: o ci si rifugia nel pantano del riformismo rinunciatario, o si accetta il terreno rivoluzionario dello scontro. La borghesia ha già scelto l’illegalità. La lunga marcia rivoluzionaria nella metropoli è l’unica risposta adeguata. Essa deve cominciare oggi e qui” . Viene dunque riproposto, seppur con accento diverso, quello stesso concetto di lotta di lunga durata proposto a Trento da Curcio e Rostagno: “Si tratta non tanto di vincere subito e di conquistare tutto (i facili slogan degli apprendisti manipolatori), ma di crescere in una lotta di lunga durata, utilizzando gli stessi potenti ostacoli che il movimento incontra sul suo cammino per compiere un salto da movimento spontaneo di massa a movimento rivoluzionario organizzato” .
Il gruppo di Sinistra Proletaria
Tuttavia, la lotta armata delle Brigate Rosse non comincia esattamente “ora e qui”, subito dopo Chiavari. Per il momento Curcio e gli altri sostenitori dell’avvio immediato dell’”alternativa” politico-militare rimangono in minoranza.
Durante il convegno, l’unica decisione rilevante a livello organizzativo è semmai quella di far evolvere gradualmente il CPM in un gruppo meno eterogeneo, più centralizzato e ancora più incline alla violenza, che prenderà il nome di “Sinistra Proletaria”, dal nome dell’omonima rivista pubblicata a partire dal luglio del ‘70. Questa testata si pone l’obiettivo di dibattere, con un respiro maggiore rispetto a quello dei più “agili” fogli del CPM, tutte le questioni d’interesse del movimento operaio; parallelamente, gli articoli cercano di instaurare un collegamento tra le diverse lotte disseminate lungo la penisola.
Il simbolo adottato da Sinistra Proletaria è assai emblematico: alla falce e al martello incrociati, viene aggiunto un fucile.
Secondo Sinistra Proletaria, i capitalisti, dopo le bombe di Piazza Fontana, si sarebbero solamente illusi di aver piegato la classe operaia e di averne incanalato la conflittualità entro le vie istituzionali, ed ora si troverebbero di fronte ad una nuova, importante, crisi: “La rivolta delle masse non è certo arrestabile con un’operazione simile a quella attuata intorno agli anni ‘60 e che ha portato alla costituzione del centro-sinistra. Questa volta la crisi è molto più profonda ed ha dimensioni internazionali, destinata a rimbalzare da un paese all’altro all’interno di un sistema economico-politico destinato ad integrarsi sempre di più” . E ancora: “Il contratto non è servito a portare la pace in fabbrica. Nelle fabbriche si è consolidato il metodo dell’insubordinazione, delle lotte improvvise, e non vi sono controlli che tengano. L’autorità del capitale è crollata. Anche quegli strati della popolazione più fedeli al potere: bancari, ospedalieri, statali, professori, etc., sono usciti dal torpore.
L’insubordinazione sta generalizzandosi: ecco la vera crisi. La classe operaia è all’attacco in tutta Italia ed il padrone ha deciso di difendersi nell’unico modo possibile, dichiarandoci la guerra: Fiat (21.000 sospesi), Autobianchi (3.000 sospesi), Fatme (serrata) etc… Il potere ha deciso una svolta a destra: se noi non pieghiamo la testa il padrone non mette via il bastone. Questo oggi dobbiamo capire: il potere è malato, e noi, la classe operaia in lotta siamo il suo cancro” .
Rispetto al Partito Comunista e al sindacato, la critica di “Sinistra Proletaria” è molto dura, e si differenzia sostanzialmente da quella portata avanti da Lotta Continua. Quando, alla vigilia dello sciopero generale per le riforme programmato per il 7 luglio ‘70 il governo Rumor dà le dimissioni e PCI e CGIL decidono di annullare lo sciopero, Curcio e compagni scrivono: “Il padrone sospende gli operai e i sindacati sospendono la lotta. Il PCI si schiera contro i lavoratori che non hanno paura e dà assicurazione al governo dei padroni della sua volontà di collaborazione. Entrambi hanno paura, e con comunicati differenti, calano le brache e ritirano lo sciopero” . Ma la critica di “Sinistra Proletaria” verso i sindacati e il PCI (definiti leninisticamente “movimento operaio borghese”) sembra, paradossalmente, stare stretta ad un’organizzazione come Lotta Continua, che afferma: “Il partito ed il sindacato non sono traditori o vigliacchi. In questo caso basterebbe cambiare la gente che li dirige e metterci dentro compagni fidati, e tutto andrebbe a posto. Il problema è più complesso: CGIL, PCI e PSIUP portano avanti una strategia fallimentare, perché mai una società socialista si è costruita contrattandola con i padroni” .
Sinistra Proletaria sviluppa allora una polemica con Lotta Continua, accusata di inseguire sogni anarco-sindacalisti: “Porre la questione nei termini “se i Fedayn sparano, noi limitiamo la produzione, così poi arriverà anche il nostro turno per sparare”, significa viaggiare sulle ali dell’idealismo puro. Perché la questione non è dire “blocchiamo la produzione”, ennesima versione del vecchio sogno anarco-sindacalista, ma semmai è come colpire nei suoi punti vitali il capitale. E allora si vedrà che oggi tra il dire e il fare della “lotta continua in fabbrica” c’è lo scontro con la destra imperialistica, e che su questo scontro bisogna unificare e organizzare la sinistra proletaria” .
Per quanto riguarda poi il giudizio sul movimento, Sinistra Proletaria ritiene che “il livello soggettivo d’organizzazione è inadeguato ad affrontare lo scontro che oggi il capitale imperialistico impone alla sinistra proletaria. Il limite principale del movimento appare evidente di fronte al salto di qualità operato dal capitale, il quale è passato dalla fase di difesa degli equilibri e di contenimento dell’autonomia, alla fase della destra imperialistica. L’autonomia proletaria è in grado attualmente di opporre soltanto una violenza di massa pressoché disarmata” .
Questa “crisi” del movimento viene però considerata come una crisi che aprirebbe una prospettiva di crescita: “La prima fase si è sviluppata a partire dal ‘68 lungo due filoni: l’ideologismo e lo spontaneismo. L’uno e l’altro avevano valide motivazioni storiche ed hanno contribuito in modo decisivo alla crescita del movimento di classe. L’ideologismo poneva il problema del recupero e dello sviluppo del marxismo rivoluzionario nei confronti della degenerazione revisionista. Lo spontaneismo attaccava a fondo l’opportunismo pratico, la rinuncia alla lotta anticapitalista. Tuttavia oggi, nel momento in cui il movimento rivoluzionario sta superando la sua fase primitiva, ideologismo e spontaneismo diventano ostacoli obiettivi allo sviluppo dell’autonomia proletaria. Quello che è in gioco è la possibilità di contrapporre all’egemonia complessiva del movimento operaio borghese l’egemonia complessiva del proletariato rivoluzionario, che è qualcosa di più della lotta dura e continua e del purismo marxista-leninista, contrapposti rispettivamente all’opportunismo e allo spappolamento teorico togliattiano” .
Sinistra Proletaria afferma allora di volersi assumere “l’onere” di superare questi ostacoli (ideologismo e spontaneismo) che impedirebbero la crescita del movimento di classe e la rivoluzione stessa. Lo strumento con cui intende farlo le appare anche come l’unico possibile: l’organizzazione. “Noi oggi siamo un esercito che ha vinto delle battaglie, che ha fatto qualche volta ritirare il nemico, ma ora il nemico ha deciso di armarsi di più, diventa più duro, più potente. Un esercito che combatte senza conoscere il nemico, senza sapere dove sono i suoi punti forti, senza sapere concentrare le forze, senza sapersi ritirare ed attaccare al momento giusto, è un esercito che può anche, per caso, vincere una battaglia, ma non può vincere una guerra. Gli anni di lotte autonome non sono passati invano, noi oggi sappiamo che incontro al padrone armato non si va disarmati, noi oggi siamo forti ma siamo sempre disarmati, siamo ancora senza Organizzazione Rivoluzionaria. Costruire l’organizzazione capace di dirigere non la lotta rivendicativa, ma lo scontro politico contro il potere dei padroni, è oggi il primo compito della sinistra proletaria” .
Su cosa significhi questo dal punto di vista pratico, il nuovo gruppo è ancora più diretto di quanto fosse il CPM: “Dobbiamo imparare a colpire noi per primi, colpire all’improvviso concentrando le proprie forze per l’attacco, disperdendoci poi rapidamente quando il nemico si riprende. L’organizzazione della violenza è una necessità della lotta di classe” .
Quanto all’aspetto teorico, viene ripreso il concetto di Mao “senza teoria niente rivoluzione”, che era stato la bandiera di Lavoro Politico, e viene “amplificato” con la sottolineatura che senza una teoria non è nemmeno possibile un’organizzazione rivoluzionaria: “Ciò che va oggi intrapreso è una lotta nella lotta, il cui nesso è il rapporto teoria-prassi. Direzione, strategia e organizzazione non piovono dal cielo o dalla volontà individuale di pochi leader, ma sono il frutto di un processo politico cosciente, di una battaglia politica. Si tratta di un confronto politico sulle prospettive strategiche, sulle forme d’organizzazione. E che non può eludere il nodo del marxismo rivoluzionario, l’esperienza storica della rivoluzione russa e cinese, il pensiero di Lenin e Mao Tse-tung. Il proletariato non può rinunciare al marxismo scientifico, pena la ricaduta su posizioni storicamente superate e perdenti: economicismo, spontaneismo, operaismo. Perché se tutti sembrano d’accordo che “senza teoria niente rivoluzione”, molti sembrano dimenticare che senza teoria non è possibile nessuna organizzazione che non sia destinata a scivolare nell’opportunismo o a sfaldarsi” .
Il gruppo sembra dunque prepararsi concretamente alla lotta armata. In effetti, nel settembre d
