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Campania: lo stato regala soldi a Impregilo

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manifesto

Berlusconi ingrassa Impregilo e grazia l'ex nemico Bassolino
Il decreto «salva Napoli» cancella di fatto l'inchiesta della magistratura che ha coinvolto la società dei Romiti e il super-governatore della regione. Ripartono affari e appalti che faranno della Campania la «Romania d'Italia»
Francesca Pilla
Napoli

Può finire senza responsabili la quindicennale emergenza di Napoli? E soprattutto può diventare una risorsa appetibile per l'imprenditoria settentrionale del nostro paese?
La risposta è nella prima uscita pubblica del nuovo sottosegretario ai rifiuti Guido Bertolaso che ieri nella conferenza stampa di presentazione del decreto «salva Napoli» parlava a nome di Berlusconi. Tre i punti che l'ancora capo della protezione civile ha messo sul piatto e presentato come una strategia vincente: l'Impregilo termina i lavori per l'inceneritore di Acerra, i cdr chiudono e sono sostituiti con quelli per il compostaggio, mentre parte la costruzione di altri tre termovalorizzatori a Santa Maria La Fossa, Salerno e Napoli.
Possibile? Le motivazioni di un Bertolaso in piena forma sembrano ineccepibili: «Sarebbe stato troppo complicato chiamare altri imprenditori per finire un lavoro quasi terminato», primo; «Chiudiamo gli impianti e bruciamo il rifiuto tal quale perché le ecoballe, il fos e i sovvalli sono una barzelletta. Si tratta dello stesso materiale tritato e ridotto in poltiglia», secondo; «Servono 4 termovalorizzatori per smaltire 8 milioni di ecoballe che sostano in Campania e non sono mai uscite dalla regione», terzo.
Progetto ambizioso, minimo sforzo e tre effetti immediatamente efficaci: rivalutando l'Impregilo si svuota alla base l'impianto accusatorio della Procura napoletana contro una delle multinazionali più importanti (e potenti) del nostro paese e si creano le premesse per poter guadagnare miliardi di euro su una «monnezza» che fino a ieri era un problema.
Così i primi a tirare un sospiro di sollievo dopo le decisioni del Berlusconi IV potrebbero essere proprio Pier Giorgio Romiti a capo dell'Impregilo, Paolo Romiti direttore commerciale della controllata Fibe, gli ex-dirigenti Armando Cattaneo e Vincenzo Urciuoli, che insieme ad altre 23 persone sono attualmente processati per truffa aggravata nei confronti della regioni a causa dell'utilizzo di impianti non a norma.
I provvedimenti cautelari la scorsa estate erano costati al gruppo la confisca di 750 milioni di euro in beni, nonché l'interdizione alla partecipazione di gare pubbliche di smaltimento rifiuti. Oggi dopo tre anni di indagini, 100mila pagine di fascicoli, 900 testimoni chiamati da accusa e difesa, il governo Berlusconi ci dice che non era poi così grave. Che negli inceneritori si può bruciare tutto senza creare danni all'ambiente. Che quella del rifiuto sostenibile è una boutade. Che l'industrializzazione della filiera rappresenta il paradiso dello «smaltitore». E perfino che Antonio Bassolino non è tanto responsabile per aver permesso ieri quello che diventa legge domani.
«E' proprio così, anche perché la stessa normativa europea è ambigua al riguardo, affermando che in determinati tipi di inceneritore è possibile farci finire il tal quale». La conferma arriva dal nemico numero uno della multinazionale leader nella costruzione di inceneritori, l'ex presidente della commissione ambiente del senato Tommaso Sodano (Prc). L'uomo da cui tutto è iniziato, quando ha sporto la prima denuncia e subodorato la truffa.
Tempo e soldi buttati? «In realtà ora dovrebbero dirci perché allora hanno sperperato miliardi di euro, visto che Acerra è progettato per smaltire solo cdr. Ma ho il sentore che si voglia impedire una seria raccolta differenziata: quanto più si brucia tanto più si guadagna». Tra i comitati ambientalisti in molti temono però che questi provvedimenti possano anche nascondere l'intenzione di trasformare la Campania nella Romania del paese. Basta fare un po' di conti.
Acerra sarà dotato di un impianto in grado di fagocitare 2000 tonnellate quotidiane, stesso carico a Santa Maria La Fossa, 1000 a Salerno, 1500 a Napoli, per un totale di 6500 tonnellate di monnezza: la produzione giornaliera della regione che si volatilizza per magia. Delle due l'una: o si pensa di buttare a mare il riciclo oppure di spingere la differenziata al 50 per cento usando un solo termovalorizzatore per la giacenza e «importando» qualche migliaio in tonnellate di «combustibile» dalle altre regioni. In questo caso, visto che Impregilo oppure A2A, l'altra cordata interessata all'affare, rappresentano l'imprenditoria del Nord, il risultato finale sarebbe semplice tra chi guadagna e riceve energia e chi si becca le scorie. Per Sodano sono «tutte ipotesi praticabili» ma è ancora più pericoloso che «per il ministro ombra Realacci vada tutto bene così».
Di sicuro chi si «aggiudica» la gallinella dalle uova d'oro per bruciare le 8 milioni in tonnellate di ecoballe si mette automaticamente in tasca 400 milioni. E' la cifra totale di quel famoso «Cip6» che esce dai nostri portafogli per le energie «rinnovabili o assimilate» con la trattenuta del 7% su ogni bolletta dell'elettricità: in Campania va a finanziare ogni tonnellata di «monnezza», con 50 euro, ancora da termovalorizzare. Ma che questo vada bene così l'ha deciso il governo Prodi.
Fonte: http://ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/24-Maggio-2008/art11.html

Inceneritori e discariche

L'ideologia del sacro fuoco
Guido Viale

Nessuna novità di rilievo, rispetto alle anticipazioni, nelle notizie relative alla strada scelta dal governo Berlusconi per portare la Campania fuori dall'emergenza rifiuti. Si continua a ritenere che gestire i rifiuti, anche in situazioni di crisi estrema come quella campana, si riduca a costruire degli inceneritori e aprire delle discariche: la stessa idea che era alla base del Piano Regionale varato 14 anni fa dalla Giunta campana di Rastrelli - e poi confermato da Bassolino e dagli altri commissari - che prevedeva la costruzione di ben 24 inceneritori.
Che poi sono stati ridotti a 13, poi a 3, poi a uno solo - ma di dimensioni immani - mentre nel frattempo, in attesa di accendere il loro fuoco purificatore, non si è fatto altro che cercare siti vecchi e nuovi per aprire o riaprire discariche dove sotterrare la montagna crescente dei rifiuti che ogni giorno la regione produce, e che ogni giorno si accumula o riaccumula sulle strade. Di fonte a questo, la soluzione proposta dal governo si articola in quattro punti.

Più inceneritori
Quattro inceneritori, e non più solo tre: a quello mai finito di Acerra si dovrebbero aggiungere quelli già programmati di S. Maria La Fossa e di Salerno e un quarto a Napoli. Dei nuovi impianti non è stata comunicata la capacità. L'inceneritore di Acerra ha una capacità di 700.000 tonnellate all'anno di Cdr. Se i tre nuovi inceneritori fossero altrettanto grandi, si arriverebbe a quasi tre milioni di tonnellate: più di tutti i rifiuti prodotti dalla regione in un anno. Se, più sensatamente, avranno un terzo o poco più di quella capacità - diciamo 250.000 tonnellate anno ciascuno - e quello di Acerra, posto che si riesca a farlo entrare in funzione, lavorerà alla metà della sua capacità teorica, avremmo comunque un potenziale di oltre un milione di tonnellate/anno. Poiché il Cdr è meno della metà della frazione indifferenziata trattata, questo vuol dire che tra quattro anni, quando nella migliore delle ipotesi i nuovi inceneritori entreranno in funzione, la raccolta differenziata della regione non dovrà superare le 6-700.000 tonnellate/anno: cioè poco più del 20 per cento. La legge prescrive di raggiungere l'obiettivo del 40 per cento entro quest'anno e del 60 per cento entro il 20011. E' una legge fatta dal precedente governo Berlusconi, (Dlg.152/06), mentre la nuova direttiva sui rifiuti dell'Unione Europea prescriverà di arrivare almeno al 50 per cento di recupero di materia, obiettivo per raggiungere il quale bisogna però realizzare almeno il 60 per cento di raccolta differenziata. Quindi, se il governo non intende violare in Campania le sue stesse leggi, il Cdr per alimentare i nuovi inceneritori dovrà arrivare da fuori regione. Oppure si pensa di bruciare in questi inceneritori anche i sette milioni di tonnellate di ecoballe (grazie a un'ordinanza varata in articolo mortis dal governo Prodi) che si è già dimostrato impossibile smaltire in altri inceneritori. Sempre grazie a un'altra Ordinanza finale del governo Prodi, gli inceneritori campani continueranno a godere del famigerato Cip6; il che, negli otto anni di vigenza dell'incentivo, corrisponderà a un esborso a favore dei gestori da uno a due miliardi di euro, a seconda della effettiva capacità installata. Il tutto a spese delle utenze elettriche; e poi ci si lamenta che in Italia l'energia costa troppo. Per costruire i nuovi inceneritori rispettando le prescrizioni di legge ci vogliono almeno quattro anni. Nel frattempo dovranno lavorare a pieno ritmo le nuove discariche. Ma il governo intende attivare delle procedure accelerate per ridurre i tempi. E' una strada decisamente sconsigliata: la ha già seguita una volta la giunta Rastrelli, la cui commissione valutatrice ha assegnato l'inceneritore di Acerra a Impregilo (il progetto tecnicamente peggiore tra quelli in gara) perché il gruppo si era impegnato a realizzarlo in 300 giorni. La conseguenza è che siamo ancora lì e, per metterlo a norma, ci vogliono altri 150 milioni di euro: quasi il costo di un inceneritore nuovo. E non è detto che funzioni.

Otto discariche
Otto siti per aprirvi nuove discariche «semisegrete»; per difendere ciò che vi viene fatto dentro provvederanno l'esercito e l'inasprimento delle pene per chi si oppone: una soluzione che verosimilmente verrà applicata anche a chi contrasterà i piani di incenerimento. Cosi l'ambientalismo del «fare», che negli ultimi mesi si è speso per promuovere l'incenerimento assai più che la raccolta differenziata o la riduzione alla fonte, per non parlare del trattamento meccanico biologico del residuo indifferenziato, che potrebbe ridurlo quasi a zero, può celebrare i suoi trionfi. A condizione che a proteggerlo ci sia l'esercito.

Zero differenziata
Niente sulla raccolta differenziata. Ne ha parlato il ministro Prestigiacomo, peraltro esclusa dalla competenza sulla materia, che è stata consegnata alle cure del «nuovo» sottosegretario Bertolaso, che da Commissario straordinario non era riuscito a far valere le sue doti organizzative. Resta fermo il dettato del Commissario attuale: i comuni che non hanno presentato un piano per la raccolta differenziata (ma quanta? e con che risultati?) verranno commissariati e sanzionati. Ma per fare la raccolta differenziata non basta un piano: quelli consegnati al Commissario dagli oltre 500 comuni campani sono in gran parte inutili pezzi di carta. Ci vogliono risorse materiali (mezzi e uomini), strutture organizzative e competenze tecniche oggi in gran parte inesistenti e, soprattutto, un rapporto stretto tra i cittadini e le loro amministrazioni: tutte cose ancora in gran parte da costruire; assecondando i comuni più virtuosi e facendo far loro da traino a quelli inefficienti. Proprio quello che la gestione commissariale, sempre in attesa del fuoco purificatore, non si è mai sforzata di fare, perché è un processo che richiede l'attivazione di tutte le risorse inutilizzate o latenti di un territorio, che non si comandano dall'alto. Questa sì, sarebbe una politica del «fare»: una politica che però ha sistematicamente trovato di fronte a sé un «no» inespresso, ma non per questo meno efficace, di chi era in attesa del fuoco salvifico dell'inceneritore. I risultati di questa attesa sono davanti agli occhi di tutti.

Sprechi a pioggia
Niente sulla riduzione dei rifiuti alla fonte; la Campania continuerà a produrre 7.200 tonnellate di rifiuti al giorno, con aumenti - se a contrastarli non provvederà il carovita - del 2-3 per cento all'anno.
Non c'era quindi bisogno di spostare a Napoli tutta la compagine governativa per decidere un pacchetto simile. Di questa trasferta ha finora beneficiato, solo per un giorno, il centro della città, lungo il percorso presidenziale dall'aeroporto a Piazza del Plebiscito. Ma il dado è gettato.
Adesso si apre una corsa: tra chi pensa di risolvere tutto con inceneritori e discariche, con un enorme dispendio di risorse e in contrasto con gli obiettivi di legge, e chi invece ritiene che la soluzione del problema stia nella riduzione dei rifiuti a monte, in una vera raccolta differenziata e in impianti decentrati e diffusi a valle (innanzitutto di compostaggio della frazione organica, poi di trattamento degli imballaggi, delle apparecchiature elettriche e elettroniche e dei rifiuti ingombranti; e magari di trattamento meccanico e biologico della frazione residua: cioè di un potenziamento impiantistico degli attuali Cdr), secondo quanto prescritto dalla normativa e attuato dalle città italiane, europee e statunitensi che hanno intrapreso un percorso virtuoso (S. Francisco, per fare un esempio, ha già raggiunto il 65 per cento di raccolta differenziata; pochi anni fa non ne faceva affatto).
Ci potranno essere - e sicuramente ci saranno - mobilitazioni per opporsi all'aperture delle nuove discariche e dei vecchi e nuovi inceneritori. Ma la vera partita si gioca qui. Nell'impegno dei cittadini, dei loro comitati e associazioni, delle loro amministrazione e delle nuove imprese provinciali previste dalla recente legge regionale a battere sul tempo il programma del «tutto fuoco».
Fonte: http://ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/24-Maggio-2008/art4.html

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