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17 gennaio, 1972/2008: fuori tutti dalle prigioni!

Foto 1:
azione del Gruppo di Informazione sulle Prigioni (GIP).
Michel Foucault presta la sua voce ai prigionieri di Melun per leggerne la dichiarazione.
Sullo sfondo, sotto la colonna, René Scherer, in primo piano, Alain jaubert, poi Claude Mauriac, Jean Chesneaux, Michel Foucault, Rémi Kolpa-Kopoul, Jean-Paul Sartre, Fanny Deleuze, Michelle Vian, Gilles Deleuze e Daniel Defert.

Foto 2:
I dimostranti sono respinti nella piazza.
Da sinistra: Jacques-Alain Miller, uno sbirro, Gilles Deleuze, Christian Descamps, Jean-Paul Sartre, Michelle Vian, Michel Foucault et François Regnault.

Sono passati esattamente 36 anni da quando venne scattata questa foto: non si tratta del ritratto di una manifestazione, di un meeting, di un sit-in, di un’assemblea generale, di una mayday parade…
In questo scatto è immortalato un momento di resistenza, la storia di un atto con cui è stata ripresa la parola: si tratta di una conferenza stampa selvaggia del Gruppo di Informazione sulle Prigioni (GIP) nei locali del ministero della giustizia, in place Vendôme a Parigi, il 17 gennaio di 36 anni fa. Nato nel febbraio del 1971, per iniziativa di Michel Foucault, Jean-Marie Domenach e Pierre Vidal-Naquet, il GIP si era dato il compito di fare informazione sulle prigioni. Nell’arco di due anni, il gruppo porterà a termine una serie di azioni in questa prospettiva: questionari ai detenuti, inchieste, azioni di fronte ai penitenziari. Quel 17 gennaio, secondo lo spirito di questa mobilitazione, Michel Foucault non prende la parola a nome suo, ma legge una dichiarazione proveniente da uomini che non avevano il potere per parlare, i detenuti del carcere di Melun. Da questo momento l'intellettuale si contrappone al solito “spettacolo” degli intellettuali i quali, parlando “per” gli altri, di fatto li censuravano. Il filosofo qui non parla al posto dei prigionieri, né per essi, ma presta loro la sua voce in un luogo simbolico, la cancelleria, in cui normalmente la loro voce viene confiscata. È esattamente questo momento che la foto coglie, nella materialità dei suoi luoghi e dei suoi attori: manifestanti, giornalisti e sbirri. È un ritratto collettivo dell’autore di Sorvegliare e punire che questa foto ci mostra, a distanza di oltre 30 anni: il ritratto di un filosofo in azione.

Dalla dichiarazione dei prigionieri di Melun:

Il reinserimento sociale dei prigionieri non potrà che essere opera dei prigionieri stessi:

si tratta di un principio fondamentale, respingerlo significa respingerci. Nessun istituto è stato concepito allo stesso modo, in nessuno c'è lo stesso ordinamento interno, è chiaro che ognuno ha la propria equazione da risolvere, in funzione dei propri dati peculiari, ma il nostro obiettivo è di superare l'ambito specifico di questa o quella prigione. Tecnici e tecnocrati spesso conoscono il problema penitenziario solo attraverso ciò che hanno letto e appreso in fredde statistiche e in rapporti senza vita. Le nostre proposte non sono tecniche bensì umane: siamo uomini che, anche durante la loro pena, si vogliono responsabili del loro destino e del loro futuro. Può darsi che alcuni giornali siano tentati di passare sotto silenzio questa lettera. Ma soprattutto non si dimentichino che il loro disdegno rischia di spingerci, nostro malgrado, alla violenza, poiché essa rimarrebbe l'unico modo di farci sentire. A quel punto parlerebbero di noi?

Da Sorvegliare e punire:
“Nel corso di questi ultimi anni, un po' ovunque nel mondo si sono prodotte rivolte nelle prigioni. I loro obiettivi, le loro parole d'ordine, il loro svolgimento avevano sicuramente qualcosa di paradossale. Erano rivolte contro tutta una miseria fisica che dura da più di un secolo: contro il freddo, il soffocamento e l'affollamento, contro i muri vetusti, contro la fame, contro i colpi. Ma erano anche rivolte contro prigioni modello, contro i tranquillanti, contro l'isolamento, contro il servizio medico o educativo. Rivolte i cui obiettivi non erano che materiali? Rivolte contraddittorie, contro il decadimento ma contro il confort, contro i guardiani ma contro gli psichiatri? In effetti, in tutti questi movimenti era proprio di corpi e di cose materiali che si trattava, come se ne tratta in quegli innumerevoli discorsi che la prigione ha prodotto dall'inizio del secolo Diciannovesimo. Ciò che ha generato quei discorsi e quelle rivolte, quei ricordi e quelle invettive, sono proprio piccole, infime materialità. Libero, chi vorrà, di vedervi solo cieche rivendicazioni o di supporvi strategie straniere. Si trattava veramente di una rivolta, a livello dei corpi, contro il corpo stesso della prigione. Ciò che era in gioco, non era la cornice troppo frusta o troppo asettica, troppo rudimentale o troppo perfezionata della prigione, era la sua materialità nella misura in cui è strumento e vettore di potere, era tutta la tecnologia del potere sul corpo, che la tecnologia dell'«anima» - quella degli educatori, dei filosofi e degli psichiatri - non riesce né a mascherare né a compensare, per la buona ragione che essa non è che uno degli strumenti…”

Links:
http://www.michel-foucault-archives.org/
http://www.foucault.info/
http://www.webdeleuze.com/php/index.html
http://www.surveillance-and-society.org/

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Immagine#2:
GIP 2.jpg
Immagine#1:
GIP 1.jpg
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