[Il testo che segue, pur essendo in gran parte frutto di un'elaborazione individuale, deve non poco alla discussione in corso, in seno all'aggregazione informale denominata "Il lato cattivo".]
«La rivoluzione non è un problema di organizzazione»
(Jean Barrot, Capitalismo e comunismo)
1. Il rifiuto della pratica sindacale è, senza alcun dubbio, un passaggio imprescindibile per qualsivoglia critica teorico-pratica dell'esistente che si pretenda “radicale”. Tuttavia, se non si articola un'analisi dei meccanismi che sono alla base dell'integrazione della forma-sindacato all'interno dello Stato e della dinamica capitalistica, la critica rischia di svilirsi in mera presa di posizione ideologica.
L'analisi cui alludiamo, fu abbozzata per la prima volta, negli anni '20 e '30 del secolo scorso, dalle sinistre comuniste fuoriuscite o espulse dalla Terza Internazionale (o quanto meno da una parte di esse); a dimostrazione del fatto che non si tratta per niente di un fenomeno nuovo. Al contrario, gli esordi di quello che si presenta come un lento processo involutivo, spalmato sull'arco di alcuni decenni, e di cui la burocratizzazione rappresenta soltanto uno dei sintomi, si possono far risalire, in alcune aree capitalistiche avanzate, addirittura alla fine del XIX secolo, allorché si ebbe una prima parziale legalizzazione delle organizzazioni sindacali. Il fatto che, nel 1914, la quasi totalità dei sindacati appoggiasse senza remore lo sforzo bellico dei rispettivi Stati nazionali, impegnati nella carneficina della Prima guerra mondiale, la dice lunga sullo stadio avanzatissimo già raggiunto, a quell'epoca, dal processo di integrazione.
Il punto che ci preme sottolineare, tuttavia, è che quest'ultimo fu il frutto non tanto di un presunto “tradimento” delle dirigenze riformiste; quanto, piuttosto, di un'evoluzione – implicita nella natura stessa della forma-sindacato – determinata dallo sviluppo capitalistico (passaggio dal dominio formale al dominio reale del capitale sul lavoro e sulla società)...
Qui l'articolo in versione integrale:
//mondosenzagalere.blogspot.com/2011/02/critica-della-forma-sindacato.html


Dite “ Il sindacato è un
Dite “ Il sindacato è un organismo che svolge una funzione di mediazione all'interno del rapporto capitale lavoro: il suo compito consiste nel negoziare le condizioni di vendita e di utilizzo della forza lavoro. Questa semplice verità implica necessariamente che l'organizzazione sindacale debba essere legittimata, nell'esercizio della sua funzione, da entrambi i poli del rapporto: i salariati e i capitalisti.”
Non è vero che storicamente il sindacato abbia svolto solamente la funzione di mediazione tra capitale e lavoro. Affermare ciò significa non riconoscere la molteplicità delle pratiche messe in atto. Significa negare la storia del sindacalismo rivoluzionario.
Dite in seguito “l'autorganizzazione in quanto tale è una mera forma, un involucro privo di vita, del tutto indifferente rispetto al proprio contenuto tale è una mera forma, un involucro privo di vita, del tutto indifferente rispetto al prorpio contenuto. Qualsiasi cosa può essere autorganizzata, incluso il proprio autosfruttamento.”
Condivido che si possa autorganizzare ogni cosa, anche il proprio sfruttamento. Personalmente, pur non sentendomi di aderire a nessun “lato cattivo o altro qualchesia gruppo ecc” ciò che contesto invece all'altra sponda, gli organizzatori, è il fatto che l'organizzazione sia in una qualche maniera diventata un fine da perseguire e non un mezzo per costruire in divenire.
Non capisco nemmeno perchè molti da entrambi i lati attendano un momento risolutore, i primi chiamandolo insurrezione e considerandolo base di partenza per una comunità in divenire, i secondi chiamandolo utopia e pensando che sia una sorta di paradiso terreno.
Pur non negando nessuna delle due possibilità penso ci sia ancora il margine per costruire. Il capitalismo, purtroppo è una presenza, è reale, e purtroppo molti e molte di noi noi ci devono fare i conti ogni giorno. Esistono comunque sia, reti, organizzate in modo orizzontale che provano a rimanere al di fuori del sistema capitalista il più possibile. Vorrei ricordare a coloro che si professano “lato cattivo” e che spesso a mio avviso peccano di “celodurismo” che non sta scritto da nessuna parte che esista La società e non Le società. La forma organizzativa autogestionaria, intesa come possibilità di partecipazione e di decisione estesa a chiunque voglia è l'unica forma organizzativa che abolisca le relazioni di dominio pur tenendo conto che all'interno vi saranno sempre relazioni di potere. Pur non velondo prefigurare alcuna comunità futura penso si debba provare a costruire altro, mostrando al tempo stesso i controsensi del sistema in cui viviamo.
yo
Risposta aYo
"Non è vero che storicamente il sindacato abbia svolto solamente la funzione di mediazione tra capitale e lavoro. Affermare ciò significa non riconoscere la molteplicità delle pratiche messe in atto. Significa negare la storia del sindacalismo rivoluzionario."
In effetti, nel testo si parla di "LENTO PROCESSO INVOLUTIVO"... In ogni caso, anche il sindacalismo rivoluzionario – come il consiliarismo, l'anarco-sindacalismo e la maggior parte delle correnti rivoluzionarie dell'epoca – si muoveva sostanzialmente in un'ottica di GESTIONE "ALTERNATIVA" DEL CAPITALISMO. Questo non vuole essere un giudizio di valore, ma soltanto una constatazione: quel tipo di prospettiva non faceva che riflettere i limiti della più generale lotta di classe, in un'epoca storica determinata.
"Non capisco nemmeno perché molti da entrambi i lati attendano un momento risolutore, i primi chiamandolo insurrezione e considerandolo base di partenza per una comunità in divenire, i secondi chiamandolo utopia e pensando che sia una sorta di paradiso terreno."
Per quanto mi riguarda, il "momento risolutore" si chiama RIVOLUZIONE (rottura del continuum storico); e non si tratta di un "momento" bensì di un PROCESSO, in cui si intrecciano la distruzione dello Stato e dei rapporti sociali capitalistici, da un lato, e la costruzione di nuovi rapporti comunisti/comunitari, dall'altro (è ciò che – con un termine non bello ma utile allo scopo – alcuni compagni francesi hanno definito "COMUNIZZAZIONE", o "immediatezza del comunismo"). Tale processo presuppone necessariamente una generalizzazione e una radicalizzazione della LOTTA DI CLASSE.
"Esistono comunque sia, reti organizzate in modo orizzontale che provano a rimanere al di fuori del sistema capitalista il più possibile."
Allora auguri, perché la vedo veramente dura! Perdonami l'ironia, ma qui non è questione di "celodurismo" (mi piacerebbe poi sapere su quali elementi basi un giudizio così tranchant – che oltretutto, senza offesa, evoca un moralismo, tipico di certa sinistra, che trovo veramente irritante). Il fatto è che, STORICAMENTE, tutti i tentativi di realizzare forme sociali "alternative" all'interno della società del capitale – dunque senza distruggerne i fondamenti (valore, proprietà privata, Stato etc.) – si sono rivelati FALLIMENTARI; sia che fossero espressione di frange ultraminoritarie (dalle comuni libertarie a quelle hippy, fino alle esperienze più recenti nel campo dell'“alternativismo”), sia che emanassero da movimenti di massa (penso, ad esempio, alle collettivizzazioni durante la guerra di Spagna). Oggi esiste UNA SOLA SOCIETA', una sola comunità, ed è QUELLA DEL CAPITALE! La "controsocietà operaia" e le "utopie autogestionarie" sono morte e sepolte! Volerle riesumare – seppure su piccola scala – attraverso le “reti” di cui parli, è, nella migliore delle ipotesi, una pia illusione.
"La forma organizzativa autogestionaria, intesa come possibilità di partecipazione e di decisione estesa a chiunque voglia è l'unica forma organizzativa che abolisca le relazioni di dominio pur tenendo conto che all'interno vi saranno sempre relazioni di potere."
Questa frase condensa quello che, a mio avviso, è un altro limite esiziale del discorso autogestionario: la totale assenza di una CRITICA DELLA DEMOCRAZIA (ivi inclusa la sua forma "diretta"). Secondo questa prospettiva, il problema fondamentale sarebbe quello di trovare una forma organizzativa e delle procedure tali, da garantire a ciascuno la massima partecipazione al processo decisionale (la parola che in questo momento mi risuona in testa è: “NOIA”). Invece, il nodo cruciale su cui dovrebbe focalizzarsi la critica, è che le contraddizioni e i conflitti propri dell'attività umana, in un contesto storico-sociale dato, determinano la creazione di una SFERA SEPARATA (“il politico”), cioè di istanze che sono preposte specificatamente a prendere decisioni di rilevanza sociale. Rimando qui a un paio di testi, certamente non esaustivi, ma che forniscono alcune coordinate per inquadrare la questione:
//mondosenzagalere.blogspot.com/2009/09/contro-la-democrazia.html
//mondosenzagalere.blogspot.com/2010/11/sulla-politica.html
"Pur non volendo prefigurare alcuna comunità futura, penso si debba provare a costruire altro, mostrando al tempo stesso i controsensi del sistema in cui viviamo."
Quest'ultima affermazione, secondo la quale il militante (o l'“attivista”) sarebbe investito della missione di illuminare le “masse”, mostrando loro “i controsensi del sistema”, dimostra quanto purtroppo il MILITANTISMO e l'EDUCAZIONISMO siano duri a morire. È in netta rottura con questo tipo di prospettiva che i testi “Critica della forma-sindacato...” e “Il lato cattivo...” vogliono porsi, partendo in primo luogo da un'autocritica che investa le nostre stesse esperienze passate.
Saluti,
F.
Grazie della risposta. "In
Grazie della risposta.
"In effetti, nel testo si parla di "LENTO PROCESSO INVOLUTIVO"... In ogni caso, anche il sindacalismo rivoluzionario – come il consiliarismo, l'anarco-sindacalismo e la maggior parte delle correnti rivoluzionarie dell'epoca – si muoveva sostanzialmente in un'ottica di GESTIONE "ALTERNATIVA" DEL CAPITALISMO. Questo non vuole essere un giudizio di valore, ma soltanto una constatazione: quel tipo di prospettiva non faceva che riflettere i limiti della più generale lotta di classe, in un'epoca storica determinata."
Si trattava di gestione alternativa del capitalismo perchè queste pratiche sorgevano all'interno del sistema capitalistico stesso. Se da un lato una delle funzioni del sindacalismo era quella di mediare dall'altra vi era anche quella di costruire Altro rispetto al capitalismo. Ho trovato interessante la lettura che han dato invece del movimento dell'autonomia italiana alcuni compagni francesi, penso che in questo caso non si possa parlare di gestione alternativa ma di tentativo di scardinamento dei presupposti stessi del capitalismo.
"Oggi esiste UNA SOLA SOCIETA', una sola comunità, ed è QUELLA DEL CAPITALE! La "controsocietà operaia" e le "utopie autogestionarie" sono morte e sepolte! Volerle riesumare – seppure su piccola scala – attraverso le “reti” di cui parli, è, nella migliore delle ipotesi, una pia illusione."
Non mi riferivo a controsocietà classiste o a utopie gestionarie. La questione è in questo caso cosa si intenda per società. Se intendiamo questa come insieme di rapporti economici, politici, sociali posso essere d'accordo. I compagni francesi che sopra ho menzionato non a caso han adottato all'interno del loro repertorio concettuale il termine negriano Impero.
Poco dopo ti riferisci alla "sfera del politico". E' possibile pensare la sfera del sociale separata da quella del politico secondo te? E' essenzialmente questo che mi spinge a parlare di comunità al plurale. Inoltre ti chiedo, quale è una istanza che non ha rilevanza sociale?
Chiudo dicendo che non ho la pretesa di educare nessuno, casomai di dare la possibilità a chicchessia di fare i conti con il mondo sperimentando forme altre di vita.
x Yo
Oggi non ho tempo. Spero di riuscire a risponderti nei prossimi giorni...
F.
Classe operaia mondiale
Por fin! Finalmente! Trovo un dibattito in profondità su questo tema centrale per la lotta di classe!
Però credo cha sia apparso un limite importante in questa sequenza:
infatti, quando si parla della necessità di articolare un'analisi dei meccanismi che stanno alla base dell'integrazione della forma-sindacato all'interno dello stato e della dinamica capitalistica, non solo la critica rischia di svilirsi in mera presa di posizione ideologica, come si afferma, bensì ci si blocca su posizioni teoriche fondamentali molto simili a quelle che generano in realtà questa inadeguatezza della forma y funzione sindacale (e poi quella della forma partito...!) rispetto allo sviluppo della lotta di classe.
Ma prima di continuare su questa questione assolutamente nodale, vorrei far osservare la similitudine storica tra quel tragico 1914, quando la quasi totalità dei sindacati appoggiarono senza remore lo sforzo bellico dei rispettivi stati-nazione (NON stati nazionali!!!), impegnati nella carneficina della prima guerra mondiale, con l'attuale strategia sindacale statalista di fronte alla strategia globale del capitale. Stato per stato, regione per regione. Anche qui, pur nel quadro della UE, si propongono assi di lotta sottomessi totalmente al livello e strategia mondiale (necessario) di lotta di classe.
Infatti, riprendendo il filo principale, si resta completamente intrappolati nei limiti spaventosi del laburismo (o lavorismo, come scrivono altri), che ancora identifica la classe operaia nel suo unico o quasi settore lavoratore impiegato dal Capitale. Tra l'altro, un'eredità che si appoggia, mi spiace, anche su certe inadeguatezze politiche (semantiche?) del marxismo primitivo, originario, che ha lasciata aperta questa confusione tra proletariato, classe antagonista e sfruttati, senza troppo specificare – al margine dell'acuta critica indiretta di P. Lafargue...- che la classe
NON È SOLO DEFINITA DAL RAPPORTO DIRETTO DI SFRUTTAMENTO NEL MECCANISMO ESPLICITAMENTE PRODUTTIVO, ma anche, o soprattutto, dall'iniziale condizione di espropriazione (e alienazione, naturalmente) dalla proprietà, e non solo dei mezzi di produzione.
Quando cominceremo a vedere quel virus (laburista, in definitiva capitalista) che chiamiamo LA classe lavoratrice per quello che è realmente: solo UN SETTORE DELLA CLASSE, dove troviamo dagli studenti in fase di apprendimento allo sfruttamento, a tutte le forme di precarietà (compresa la famosa e ormai sfiorita donna di casa...), ai migranti, e persino molti autonomi, con tutti i tipi di sottoimpiegati del sistema, ecc. allora sì che risulterà molto più evidente la funzione dei movimenti (ufficialmente riconosciuti) del settore lavoratore per quello che sono.
Oltre che, ma se ne riparlerà, risulterà molto più chiaro quel concetto di CLASSE OPERAIA MONDIALE che è la principale categoria che ci manca per sviluppare una strategia globale anticapitalista (Che forse sta prendendo corpo nelle ricomposizioni sociali –di classe?- in atto nell’africa insurrezionale attuale…….)-
Scusate il mio italiano, compañeros.
Mi scuso preventivamente
Mi scuso preventivamente per la lunghezza della risposta, ma gli argomenti trattati sono tali da non poter essere liquidati con una battuta.
YO: “Si trattava di gestione alternativa del capitalismo perché queste pratiche sorgevano all'interno del sistema capitalistico stesso. Se da un lato una delle funzioni del sindacalismo era quella di mediare dall'altra vi era anche quella di costruire Altro rispetto al capitalismo. “
F: Certamente la storia del movimento operaio e proletario non è soltanto la storia di organismi preposti alla mediazione politico-sindacale, sorti dalla lotta di classe e successivamente autonomizzatisi fino a divenire mere appendici del capitale. È anche la storia di quella che abbiamo definito “controsocietà operaia”: un insieme di rapporti materiali, istituzioni etc. – cui si accompagnavano un'identità e una cultura specificamente “operaie” – capaci di garantire, almeno in parte, la riproduzione dei proletari, in un'epoca in cui il capitale aveva inglobato solo parzialmente nel suo ciclo la riproduzione della forza-lavoro (cioè la produzione di tutti quei beni e servizi che determinano il valore della forza-lavoro o salario). Basti pensare alle cooperative di produzione e di consumo, alle attività culturali e ricreative gestite dalle più svariate istituzioni legate ai sindacati e ai partiti operai etc. Ma questa “controsocietà”, oltre a svolgere una funzione sussidiaria rispetto alla riproduzione del capitale, costituiva anche una sorta di “contropotere”, sulla cui base era possibile immaginare una riappropriazione dell'intera società da parte dei proletari. Tuttavia, questo progetto di riappropriazione, comunque declinato (dai socialdemocratici ai bolscevichi, dai consiliaristi agli anarco-sindacalisti), non metteva in alcun modo in discussione quelli che sono i fondamenti del modo di produzione capitalistico: si identificava, bensì, in un programma che aveva il proprio cardine nella generalizzazione del lavoro salariato (“chi non lavora, non mangia”).
Allorché il capitale ha portato a compimento la “sussunzione reale” della società, pervenendo a sostituire tutti i presupposti naturali e sociali sulla cui base aveva inizialmente prosperato, con forme organizzative specificamente capitalistiche (Jacques Camatte), la “controsocietà operaia” ha perso ogni ragione d'essere. Non bisogna dolersene; anzi, la sua estinzione rende più facile pensare e praticare un movimento che non sia più soltanto di riappropriazione, ma che abbia come contenuto il radicale rovesciamento dell'esistente, la sua trasformazione in senso comunista. Come è scritto nel testo a cui si fa qui riferimento: “radicale soppressione dell'Economia e del lavoro, liberazione dell'attività umana e delle relazioni tra gli individui da ogni mediazione sociale alienata”.
YO: “Ho trovato interessante la lettura che han dato invece del movimento dell'autonomia italiana alcuni compagni francesi, penso che in questo caso non si possa parlare di gestione alternativa ma di tentativo di scardinamento dei presupposti stessi del capitalismo.”
F: Credo che tu ti riferisca a “Tiqqun” e alle sue successive filiazioni (“Appello”, “L'insurrezione che viene” etc.). Anche qui, secondo me, l'analisi di questi compagni pecca di “formalismo”. La nozione di “autonomia” non differisce più di tanto da quella di “autorganizzazione” e non ci dice granché sui contenuti di un movimento sociale. Cito Gilles Dauvé:
“Alle sue origini, l’autonomia italiana fu un fenomeno più vasto del gauchisme francese: essa fu il prodotto di una violenza operaia più spinta e di un rifiuto sociale più diffuso. Ma l’autonomia operaia era un effetto della crisi, non la sua soluzione. Molti proletari desideravano sbarazzarsi dei sindacati; tuttavia, non si fecero carico di ciò che avrebbe consentito loro di raggiungere questo scopo. Essi esprimevano un rifiuto della politica, cui non si accompagnava la volontà, né la possibilità, di comunizzare il mondo; giacché, in presenza di un movimento comunizzatore, non si parlerebbe più di autonomia, ma si agirebbe necessariamente in modo autonomo nei confronti di tutti gli apparati, al fine di renderli inutili, distruggendo ciò che garantisce loro una base e una funzione sociali. L’«autonomia», in quanto tale, rappresenta la secessione di un proletariato, che si discosta (provvisoriamente) dalla norma, senza tuttavia essere in grado di sovvertire l’esistente. Teorizzare tale scarto, significa giustificare una carenza, ovvero spacciare un’insufficienza per una soluzione.” (Gilles Dauvé, “Le Roman de nos origines. Alle origini della critica radicale”, p.174)
YO: “I compagni francesi che sopra ho menzionato non a caso hanno adottato all'interno del loro repertorio concettuale il termine negriano Impero.”
F: Sì, non è un caso... In Negri, la nozione di Impero viene a sostituire quella di Capitale: la “dittatura anonima” di quest'ultimo – la colonizzazione dell'intera vita sociale, individuale e addirittura intrapsichica da parte del valore in processo – si trasforma in un puro dominio politico, che si applica, dall'esterno, a un “sociale” (la “moltitudine”) tendenzialmente autonomo sul piano della propria riproduzione (non so se conosci le menate dell'ineffabile patavino sul “lavoro immateriale”, il “General Intellect”, il “comunismo in atto” (!) etc.). In effetti, quella di Negri e dei suoi epigoni è una prospettiva tutta politica (nel senso deteriore del termine): posto a compimento di una strategia cripto-marxista-leninista, l'obiettivo rimane quello della conquista del potere (l'Impero, appunto), in vista di una gestione “alternativa” della società globale. Più prosaicamente, si tratta, per il momento, e in attesa di condizioni più favorevoli, di conquistare qualche cadrega nelle amministrazioni locali (la famosa “conquista dei nessi amministrativi”) o in Parlamento. Da qui, tutti i tatticismi, le alleanze con forze politiche istituzionali e spezzoni di sindacato, gli scontri di piazza virtuali a uso e consumo dei media etc.
I “tiqqunisti”, anziché criticare il discorso di Negri attaccandone le radici, si limitano a rovesciarlo. Secondo gli autori de “L'insurrezione che viene”, il capitalismo, dopo avere desertificato l'intera vita sociale e individuale, avrebbe ormai esaurito ogni possibilità di sviluppo e progresso, e si sarebbe evoluto in un puro dominio bio-politico-spettacolare (l'Impero, appunto).
Mi autocito:
“L'errore fondamentale di Tiqqun, a mio avviso, è quello di spostare le contraddizioni del capitalismo odierno interamente al livello dell'individuo, e di perdere di vista il terreno sociale e di classe. Sulla scia di Camatte (che pure aveva scritto cose interessanti a cavallo degli anni '60 e '70), Tiqqun concepisce il capitale in termini eminentemente idealistici: da insieme complesso di rapporti materiali incentrati sullo sfruttamento e sull'alienazione dell'attività umana, esso è ridotto a «somma di tutte le rappresentazioni», una sorta di totalità eterea e indistinguibile che permea di sé ogni cosa: la realtà sociale come gli individui. È però soprattutto, per non dire esclusivamente, all'interno di questi ultimi che viene dislocata la contraddizione. In ogni caso, il capitale finisce con l'essere identificato a un puro dominio politico (come, del resto, si può riscontrare in un autore come Negri, apparentemente lontano dai “tiqqunnisti”): un sistema di controllo sociale, pervasivo e capillare, poggiante sui due pilastri dello Spettacolo e del Biopotere – l'Impero.” (//mondosenzagalere.blogspot.com/2010/07/da-un-intervento-sul-forum.html)
YO: “Poco dopo ti riferisci alla "sfera del politico". È possibile pensare la sfera del sociale separata da quella del politico secondo te? È essenzialmente questo che mi spinge a parlare di comunità al plurale.”
F: Non sono certo di avere capito. (Ho il sospetto che il problema sia terminologico, e che assegniamo due significati diversi all'espressione “politico”)
YO: “Chiudo dicendo che non ho la pretesa di educare nessuno, casomai di dare la possibilità a chicchessia di fare i conti con il mondo sperimentando forme altre di vita.”
F: Ammesso e non concesso (per le ragioni a cui in parte ho già accennato) che sia possibile sperimentare forme “altre” di vita all'interno della società capitalistica, in questo tipo di approccio, io vedo comunque una forma di educazionismo (o “coscienzialismo”) – fondato qui, anziché sulla forza della parola, su quello dell'esempio. Dal mio punto di vista, la “coscienza rivoluzionaria” nasce dalla prassi: dalle contraddizioni materiali che ciascun proletario sperimenta nel proprio vissuto quotidiano e, soprattutto, dalle pratiche di trasformazione dell'esistente che, insieme agli altri, mette in atto.
Tornando ai “tiqqunisti”, a essere obliterata, nel loro discorso – e mi pare anche nel tuo – “è, né più né meno, quella rottura del continuum storico che prende il nome di rivoluzione. Malgrado la loro opposizione all’altermondialismo, queste tesi ne condividono nella sostanza il rifiuto della globalità e della distruzione del potere politico centrale. Esse lasciano intendere che sia possibile conquistare il potere sulla propria vita a livello locale, rimpiazzando una futura rivoluzione sociale con milioni di rivoluzioni personali e micro-collettive” (Gilles Dauvé, “Dalla Sinistra comunista alla 'comunizzazione'”, in “Le Roman de nos origines”, cit.).
Risposta a K. Raveli
Che dire? Sono assolutamente d'accordo con quello che scrivi! (anche se all'espressione “classe operaia mondiale”, sostituirei la più marxiana “PROLETARIATO UNIVERSALE”). Vale a dire che il mio/nostro non è assolutamente un discorso di matrice laburista/operaista (forse ti sei lasciato fuorviare dalla prima parte del testo, dedicata alla critica della forma-sindacato – seppure l'uso dell'espressione “SENZA RISERVE” avrebbe dovuto fornirti almeno un indizio). Ecco cosa scriviamo in un altro documento:
“Il movimento comunista si inscrive in una dimensione che è allo stesso tempo classista e umana. Esso fa leva sul ruolo centrale degli operai proletari senza essere un operaismo, e anela a una comunità umana senza essere un umanismo. Non solo laddove si presenta una ripresa della lotta di classe, i proletari salariati non sempre sono i primi a muoversi, ma non sono nemmeno gli unici. Sono però coloro che possono, più degli altri, interdire la riproduzione del capitale. La forza di un movimento di classe si può stimare verosimilmente dalla sua capacità di rivolgersi al luogo di lavoro senza perciò rinchiudervisi; ovvero di cogliere, articolare e superare praticamente la contraddizione tra la dimensione classista e quella umana.” (“Il lato cattivo. Chi siamo, cosa vogliamo, a chi ci rivolgiamo”: //mondosenzagalere.blogspot.com/2011/01/il-lato-cattivo.html)
In altri termini, noi pensiamo che nel più ampio quadro del proletariato universale, la “centralità” della classe operaia produttiva di plusvalore – o meglio della specifica “composizione di classe” in cui essa di volta in volta si incarna – sia unicamente STRUMENTALE.
Rispondo
D’accordo, ma poco.
Il nostro sistema operativo di base, individuale e collettivo, è il linguaggio, e proprio qui si celano qualità e debolezze del discorso critico, spesso (ontologicamente) incoscienti, pur con tutte le intenzioni o gli sviluppi materialisti che si pretendono. E quindi è anche soprattutto a questo livello che dobbiamo combattere, come sappiamo da sempre.
Per esempio: proprio l’uso sinonimico di operaio e lavoratore nasconde e rigenera quella grave confusione della maggioranza dei marxisti, quando parlano di una classe lavoratrice CHE NON ESISTE. O magari anche di proletariato.
Tanto per cominciare appunto da qui, PROLETARIO, proletariato, direi che non va confuso con la classe operaia.
Correggimi se sbaglio, ma si tratta di un concetto che raggruppa non solo gli operai (coloro che essendo espropriati, in generale - secondo le condizioni determinate dalla divisioni internazionali del modo di produzione- devono cercare di vendere, come si suol dire, la propria forza di lavoro, -lo riescano o meno è un’altra questione-), ma anche altre classi o settori sociali, come modesti contadini, artigiani, e tutti coloro che sopravvivono estranei, al margine o fuori dal cosiddetto mercato del lavoro.
Si dovrebbe cioè considerare il proletariato come l’insieme della classe operaia più gli altri settori (e classi?) che sopravvivono in condizioni oggettive e soggettive diverse senza arricchirsi e passare ad altra condizione sociale. Inclusi gli ultimi raccoglitori e cacciatori che esistano.
E mettiamoci pure molti artisti, o gli artigiani, e tanti altre figure di non lavoratori e lavoratori in proprio – non salariati - che o non sono praticamente spogliati di tutto (molti hanno l’accesso o dispongono di semplici mezzi di produzione) e quindi riescono a produrre per il minimo di sussistenza, oppure che non si sottopongono in nessun modo alla condizione (operaia, appunto) di cercare o accettare lavoro sotto padrone, di qualsiasi tipo. Meglio rubare, per esempio.
Quindi la classe operaia è una parte del proletariato.
Non sono la stessa cosa.
La classe (operaia) invece, è appunto composta da coloro che, espropriati di mezzi propri di sussistenza, dobbiamo, come si suol dire (soprattutto per alienazione laurista!), metterci sul mercato del lavoro. Quindi con tutti i suoi settori, cominciando da coloro che, giovani, sono in condizione e formazione operaia, o migranti, su su attraverso tutte le figure di lavoratore salariato, precario e intermittente, fino a coloro che il lavoro lo hanno trovato fisso e garantito, magari. Ma questi, diciamo fortunati, formano unicamente un settore della classe. Molto spesso quantitativamente minoritario.
Non sono la classe.
Certo, parlando di giovani, non tutti sono operai,anche se ve ne sono quasi sempre le condizioni. C’è chi ha già scelto la strada padronale, o colui che intuisce che resterà proletario e mai operaio, per non dover diventare lavoratore salariato, sfruttato.
Invece i fortunati operai lavoratori sono oltretutto una minoranza sociale in generale, a livello mondiale in particolare. Le statistiche della OIL sono completamente false, anche su questo. La disoccupazione è molto più estesa di quel che si afferma. Potremmo cominciare a parlare dei settori femminili in stand-by per matrimonio, per esempio… e di un mucchio di altre persone che non si riconoscono come operai ma che oggettivamente lo sono.
Oltretutto il concetto di lavoratore riguarda una infinità di funzioni, situazioni e relazioni che non ci dovrebbe mai servire per definire una classe. Il porco Marchionne è un lavoratore come qualsiasi ufficiale carabiniere. Obama lavora come un forsennato. Molti rettori di università, direttori di giornale, avvocati o medici sono dei lavoratori indefessi, ecc. ma non hanno (più) nulla a che fare con la classe operaia.
Tra l’altro, persino nello stesso settore della classe operaia che lavora, salariata, vi sono fasce crescenti (in Europa, per esempio) di OPERAI CAPITALIZZATI, prima veri operai lavoratori, eppoi sussunti uno a uno nella funzione produttiva della classe capitalista. Tanto per cominciare: molti cooperativisti, o certe fasce di responsabilità produttiva in fabbrica e in molti altri posti, oltretutto con capitalizzazioni reali anche in termini di accumulazione personale, dovuta ad alti salari e rendite varie.
Ma il problema è che, fin dai tempi del nostro Carletto, non abbiamo un vocabolo esatto, più preciso di operaio, per definire la classe, e via con la confusione laburista!
Quando arriveremo a definire l’operaio, soggetto della classe per sé, come OPERATORE DEL COMUNISMO, invece che sinonimo di lavoratore più o meno fallito o realizzato? Sarà forse troppo tardi; nel senso che non ce ne sarà più bisogno?
Quindi sarebbe ora di considerare il concetto di classe lavoratrice come il peggior virus capitalista che si è mai insinuato nella teoria comunista, mentre che lo stesso termine (abusato) di OPERAISMO potrebbe essere accettabile solo se spurgato in modo radicale da tutto il laburismo (crisitano-capitalista) che l’ha contaminato.
PO compresi, cari compagni,
Perciò non concordo con te sulla sostituzione dell'espressione “classe operaia mondiale” con quella che affermi più marxiana di “PROLETARIATO UNIVERSALE”. Perché è l’operaio colui che assume in se tutte le contraddizioni del capitalismo, non il proletario. E ciò è molto grave, perché non ci permette di riconoscere – COME NELLE ATTUALI INSURREZIONI – la componente operaia, diversa da quella proletaria.
Soprattutto perché la classe (egiziana, tunisina, ecc.) è ormai in un rapporto globale con tutte le sue altre estensioni nazionali. Cioè fa sempre più parte di uno stesso insieme sfruttato globalmente, sotto le sferzate di una strategia globale che, al contrario di ciò che fanno i sindacati (e partiti) statali, è multi/sopranazionale e trans-statale e CI colpisce tutti in modo coordinato, sempre più. Ecco il Marchione d’epoca.
Mentre che i proletariati non sono così determinati dalla globalizzazione; o perlomeno non nello stesso modo, rispetto alle relazioni di classe, di sfruttamento e di proprietà. Questa storia la sappiamo.
Vediamo se mi chiarisci dove sbaglierei.
x KR
Sbagli nel continuare ad attribuirmi l'uso di categorie ("lavoratore", "classe lavoratrice") che non ho MAI utilizzato, né nel documento in questione, né altrove. E sbagli nell'imputarmi un approccio "laburista" alla questione della definizione della classe, che mi è del tutto estraneo.
Quanto alla nozione di "proletariato (universale)" è ovvio che essa non coincide con quella di "classe operaia (mondiale)". Per quanto mi riguarda, ritengo che la migliore definizione del concetto di "proletariato", rimanga quella che lo identifica con i "senza riserve"; con tutti coloro, cioè, che sono radicalmente separati dai mezzi di produzione e di sussistenza (salariati, salariabili e non salariabili: definizione che include anche molte delle figure sociali che hai citato, rapinatori di banca inclusi...). Condizione che a sua volta definisce il carattere contraddittorio dell'attività dei proletari, all'interno della società capitalistica.
Occorre, però, fare alcune precisazioni:
1) non tutti i lavoratori salariati sono proletari (l'esempio dei manager d'azienda, da te citato, calza a pennello);
2) la suddetta definizione non esclude la possibilità che al processo rivoluzionario prendano parte strati sociali non proletari strictu sensu;
3) in ogni caso, qualsivoglia tentativo di definire sociologicamente il proletariato (che – non bisogna dimenticarlo – o è rivoluzionario o non è nulla) non coglie l'essenziale della questione; trovo che disquisire sino alla noia se tale o tal altra figura sociale appartengano o meno al proletariato, sia ben poco interessante;
4) la “classe operaia” – lo ribadisco –, all'interno dell'apparato categoriale che fino ad ora ho utilizzato, è quello specifico settore del proletariato che, in virtù della sua collocazione all'interno del “segreto laboratorio della produzione”, più di altri ha la possibilità di bloccare il ciclo della valorizzazione capitalistica e di mandare a carte quarantotto l'intera organizzazione economica e sociale;
5) nei passati cicli di lotta, è stato possibile individuare ulteriormente, all'interno della classe operaia, uno specifico segmento di forza-lavoro (ciò che gli operaisti definirono “composizione di classe”) il quale, posto in corrispondenza degli snodi strategici del ciclo della valorizzazione, possedeva una qualità aggiuntiva: un “potere contrattuale” e una capacità di permanenza all'interno del processo produttivo, che ne fecero l'elemento catalizzatore delle lotte di tutti gli altri settori sociali componenti il proletariato. Nulla ci garantisce che questo schema sia generalizzabile e possa essere esteso ai cicli di lotta a venire; ma si tratta una dato di cui tenere conto.
Spero di essere stato sufficientemente chiaro.
Ciao,
F.
La classe operaia si perde tra le nebbie laburiste e vaticane.
Caro F, gradisco molto la chiarezza della tua risposta, che apprezzo moltissimo. Anche perché, avendo già avuto un’esperienza altrettanto interessante tempo fa sullo stesso tema (in Kaosenlared, con un dibattito ben sviluppato con 255 commenti tra vari compagni baschi, cubani, spagnoli, catalani, ecc.) nel link http://www.kaosenlared.net/noticia.php?id_noticia=44368 (a), credo che questi ambiti aperti – tipo Indymedia appunto – sian molto importanti.
Cioè valuto questo spazio di dibattiti – ben più che nel caso di Kaosenlared che è, diciamo, troppo controllato dal nazionalismo spagnolo – come fondamentale per la battaglia nella dimensione informazionale, che ormai è sempre più dimensione politica generale. Le insurrezioni tunisina ed egiziana confermano questo giro storico, dove sempre piú chiaramente si sta accelerando uno sviluppo sempre più libero e critico del general intellect, proprio grazie alle possibilità che ci offrono questi mezzi.
Ma non si tratta solo di pensiero, sapere e conoscenza. È anche comunicazione come organizzazione; la rete sta favorendo e persino generando nuovi processi politici, d'organizzazione e ricomposizione sociale, che molto probabilmente sarà ciò che seppellirà l’era capitalista (con i suoi sindacati, logicamente).
Però il tema di sapere esattamente cos’è sta classe operaia è così fondamentale, soprattutto in un’Italia ancora determinata dall’etica vaticana del valore del lavoro, dove oltretutto ci si è persi nelle nebbie multitudinarie…, che ritengo più opportuno scorporare la risposta da questo newswire, per rilanciare il dibattito in modo un po’ più amplio. Al più presto se ne trovo il tempo.
Per esempio in Indy Lombardia, per agitare le acque un po’ più a ovest. Te ne segnalerò qui l’indirizzo.
In fatti, non sono per nulla d’accordo con te sul concetto di classe operaia, mentre mi sembra assolutamente decisivo e urgente superare questo tipo di operaismo, in cui anch’io del resto sono politicamente cresciuto.
(a) Ne trovi una traduzione italiana (ma solo dell’articolo, senza il dibattito!):
http://lombardia.indymedia.org/node/31972 )
Rapida risposta
Caro F,
gradisco molto la chiarezza della tua risposta, che apprezzo moltissimo. Anche perché, avendo già avuto un’esperienza altrettanto interessante tempo fa sullo stesso tema (in Kaosenlared, con un dibattito ben sviluppato con 255 commenti tra vari compagni baschi, cubani, spagnoli, catalani, ecc.) nel link http://www.kaosenlared.net/noticia.php?id_noticia=44368 (a), credo che questo ambito – Indymedia – sia molto importante, per avanzare collettivamente.
Cioè valuto questi spazi di dibattito – ben più che nel caso di Kaosenlared che è, diciamo, troppo controllato dal nazionalismo spagnolo – come fondamentali nella battaglia sulla dimensione informazionale, che ormai è sempre più dimensione politica generale.
Le insurrezioni tunisina ed egiziana confermano questo giro storico che stiamo vivendo più o meno coscienti, dove si sta accelerando uno sviluppo sempre più libero e critico del general intellect, proprio grazie alle possibilità che ci offrono questi mezzi.
Ma non si tratta solo di pensiero, sapere e conoscenza. È anche comunicazione come organizzazione; la rete sta favorendo e persino generando nuovi processi politici, di organizzazione e ricomposizione sociale, che molto probabilmente saranno ciò che seppellirà l’era capitalista (con i suoi sindacati, logicamente).
Però è sempre così fondamentale il tema del sapere esattamente cos’è sta classe operaia, soprattutto in un’Italia ancora determinata dall’etica vaticana del valore del lavoro, e dove oltretutto ci si è persi nelle nebbie multitudinarie…, che quindi ritengo più opportuno scorporare la risposta da questo newswire, per rilanciare il dibattito in modo un po’ più amplio.
Se funziona, certo.
E al più presto se ne trovo il tempo. Per esempio in Indy Lombardia, per agitare le acque un po’ più a ovest. Te ne segnalerò qui l’indirizzo.
Infatti, non sono per nulla d’accordo con te sul concetto di classe operaia, mentre mi sembra assolutamente decisivo e urgente superare questo tipo di operaismo, in cui anch’io del resto sono cresciuto politicamente. Tanto per cominciare, per capire un po' meglio l'Egitto insurrezionale...
__________________________________
(a) Ne trovi una traduzione italiana (ma solo dell’articolo, senza il dibattito!):
http://lombardia.indymedia.org/node/31972 )
ciao!